14 luglio 2012

UNA REGIONE DA TAGLIARE

 "Una Regione da tagliare"

Indovinate di chi parlano?


Il direttore di "Libero", Maurizio Belpietro, oggi (ieri per chi legge) dedica la prima pagina e un suo acuminato editoriale agli sprechi della Sicilia. Possiamo dargli torto?

Mercoledì sera mi è capitato di partecipare a Porta a porta, ultima puntata della stagione prima che l’informazione tivù prendesse il largo per le vacanze. In studio il ministro della Salute e quello della Funzione pubblica e argomento da discutere i tagli alla spesa pubblica, in particolare quelli riguardanti ospedali e statali. Inutile dire che i due tecnici si sono affannati a dimostrare l’indimostrabile e cioè che il governo ha maneggiato il bisturi con cura, incidendo solo sugli sprechi e i bubboni anomali del bilancio statale. Filippo Patroni Griffi, ministro con casa vista Colosseo comprata in saldo causa incombente terremoto, è stato molto puntuale nello spiegare come saranno messi a dieta i dipendenti pubblici:piante organiche, revisione, spostamenti. Un fiume in piena con pochi appigli cui aggrapparsi. Ma pur avendone dette tante, il numero uno dei ministeriali non è riuscito a trovare una sola frase che giustificasse ciò che accade in Sicilia, dove, spending review o meno, tutto continua come prima, cioè spendendo a mani basse e assumendo a braccia larghe.

La notizia che Raffaele Lombardo si è dimesso promuovendo un centinaio di dirigenti, uno dei quali in cella, è di questi giorni. Così come pure è recente il confronto fra il numero di funzionari d’alto grado di Palazzo dei Normanni, sede del governo siciliano, e gli alti papaveri del governo britannico: sfida finita in un pareggio. Ma mentre si discute di come e dove usare le forbici, di quali ospedali chiudere e di chi mandare a casa o in pensione, sempre dalla Sicilia arriva un’inchiesta sul numero di forestali della regione. A pubblicarla è il settimanale Panorama, che ha spedito un proprio inviato, Antonio Rossitto, a spasso per i boschi siculi, scoprendo che in totale fanno 28 mila 542 persone, per un costo annuo di poco meno di 700 milioni. A Godrano, paesino di mille abitanti in provincia di Palermo, gli uomini che si occupano della tutela della natura sono 190, più di quelli impiegati in tutto il Molise, dove però i cittadini non sono mille ma 160 mila e di ettari a bosco ce ne sono ottanta volte più che a Godrano. Un caso limite? Non pare. A Sortino, Siracusa, paese di 9 mila abitanti scarsi, i forestali sono 437, poco meno di quelli dell’intera Lombardia, che di abitanti ne ha 9 milioni 837 mila e di foreste non due ettari e mezzo, ma 660 mila. I raffronti potrebbero continuare con Pioppo, Palermo, duemilatrecento abitanti e 383 forestali, tanti quanti quelli del Piemonte. O con Marineo, sempre in provincia di Palermo, che ne ha più dell’Umbria.

Ma i dati aggiungerebbero poco o nulla all’evidente sproporzione fra il numero di addetti di altre regioni e quello della Sicilia, le cui guardie campestri, da sole, coprono il numero di impiegati pubblici che il governo si è impegnato a ridurre con la spending review. Non vorrei però a questo punto che i siculi guardiani della natura pensassero che ce l’ho con loro e dunque sarà il caso di segnalare che nell’isola l’esercito di braccianti e amministrativi che vigila su piante e arbusti non è l’eccezione ma la regola. Non c’è settore pubblico, comunale, provinciale o regionale che sia, che non strabordi di dipendenti pubblici. A Palermo sono 25 mila gli stipendiati dal Comune, diecimila in più di quelli pagati a Milano, città che però ha il doppio di abitanti e, presumibilmente, di strade e case. Nella Regione guidata da Lombardo, il numero degli impiegati è un altro dei misteri siciliani: c’è chi scrive 16, chi 18, chi 25 mila. Sta di fatto che in Lombardia i dipendenti occupati nel nuovo Pirellone sono poco più di tre mila. Nell’isola abbondano anche gli addetti alle ambulanze: per 250 automezzi di pronto soccorso, gli autisti sono più di tremila. E come per i forestali, anche questo elenco potrebbe continuare, ma aggiungerebbe poco al fatto che la Regione e gli enti locali della Trinacria sono un enorme stipendificio.

Un’isola dove la pubblica amministrazione è una fabbrica di posti di lavoro, indipendentemente dall’utilità e persino dall’esistenza di quei posti. Qui sono stati creati i camminatori, gente inquadrata a stipendio fisso per portare una carta da un ufficio all’altro. Qui hanno potuto fare straordinari anche a luglio ed agosto gli spalatori della neve. Ma nonostante l’evidenza e l’assurdità di un sistema che macina solo debiti e buchi di bilancio, alla Sicilia non è richiesto di cambiare e di ridurre il numero di parlamentari o tagliare il loro stipendio (più elevato di quello di altri consigli regionali). Qui tutto continua come prima della crisi o, se preferite, come se Monti non fosse mai esistito. Grazie all’autonomia, le clientele prosperano anche in tempi di spending review. Perché più che lo statuto speciale, in Sicilia sembra essere in vigore la protezione totale. Ma un’Italia in difficoltà, con un Pil che in un anno diminuisce del 2,4 per cento e una tassazione tra le più alte d’Europa, può ancora permettersi il lusso di 28 mila forestali, 25 mila impiegati comunali, 16 o 24 mila dipendenti regionali, 3 mila portantini?

Un paese che rischia il crac può ancora pagare il conto di un’autonomia che forse aveva un senso sessant’anni fa, ma oggi appare fuori dal tempo? So, naturalmente, che per cambiare, bisognerebbe modificare la Costituzione e questo non basterebbe perché servirebbe pure il benestare dell’Assemblea siciliana, ma un paese serio avrebbe almeno il dovere di domandarselo. O per lo meno, avrebbe l’obbligo di chiederselo un paese con l’acqua alla gola. 

13 Luglio 2012




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