Doveva estirpare i vecchi vizi e le ingerenze della politica. E adesso, dopo aver tollerato anche le condanne nel suo cerchio magico, tace.
di Accursio Sabella
PALERMO - Che fine ha fatto il presidente? Dove è finito Rosario Crocetta, il moralizzatore?
Quello che avrebbe liberato la Formazione professionale dai vecchi
vizi? Al momento, al massimo, Crocetta ha liberato il settore a qualche
vecchio volto. Anzi, a dire il vero non è stato nemmeno lui. Nonostante
il governatore si sia assunto il merito – senza incontrare obiezione
alcuna – nelle sacre sale di San Macuto, in commissione Antimafia, di
aver dato il via a inchieste sulle quali lui c'entra poco o nulla.
Ma adesso, il presidente dov'è? Di fronte a quanto sta
accadendo nel settore che avrebbe dovuto purificare grazie
all'intervento salvifico della giovane Nelli Scilabra, il presidente
perché non parla? Perché ad esempio non dice nulla sugli strani casi di
militanti politici vicini all'assessore alla Formazione, impegnati
nell'organizzazione di corsi persino per enti diversi? E perché nulla
dice sui consulenti di Faraone ancora dentro le graduatorie milionarie
dei progetti? E perché nulla dice, ad esempio, degli enti vicini a un
altro assessore come Antonello Cracolici, ad altri pezzi del Pd, il suo
partito, o di qualche alleato come l'Udc? Perché Crocetta sta zitto?
Eppure, proprio il mondo dei corsi era stato uno dei cavalli su cui ha lanciato l'affondo contro la vecchia Regione dei compromessi e delle relazioni pericolose. Aveva iniziato, tanto per gradire, puntando il dito contro gli stessi dipendenti regionali, con rotazioni inizialmente apparse come un atto davvero rivoluzionario, ma trasformatesi presto in deportazioni insensate. E persino dannose. Perché dopo l'innesco mediatico dell'atto amministrativo, come sempre tutto si è fermato, mandando in tilt gli ingranaggi della burocrazia. Come gli ha fatto notare, del resto, qualche dirigente a lui vicino: “Qui in dipartimento non c'è più gente sufficiente”. Ma Crocetta, avviate e pubblicizzate le rotazioni, era già impegnato altrove, mentre queste languivano, si fermavano, ingolfano gli assessorati.
Ma nel frattempo il governatore si appuntava la medaglia del
moralizzatore. Di quel settore della Formazione dove operava quel
“monello” di Francantonio Genovese. Una scoperta per tutti,
quando la trasmissione Report rappresentò televisivamente quello che i
giornali – compreso questo – raccontava ormai da anni, stancando quasi i
lettori. Il presidente in quell'occasione si svegliava e lanciava
fulmini e saette contro quei signori della Formazione. Gli stessi, tanto
per gradire, che hanno fatto campagna elettorale proprio per lui, nel
Messinese, contribuendo all'elezione del moralizzatore. Che, giusto per
non dimenticare nulla, proprio in giunta piazzava un uomo vicino a
Genovese, cioè Nino Bartolotta alle Infrastrutture. Assessorato non
troppo lontano dai legittimi interessi di qualche imprenditore non
certamente nemico di Genovese.
Venne il giorno però, che il governatore dal “fiuto sbirresco”
si accorse che Genovese aveva interessi nel mondo della Formazione.
Apriti cielo. È partita la lotta senza quartiere, ovviamente di natura
solo mediatica, contro quel settore. Una lotta che si è risolta in una
semplice estromissione di migliaia di lavoratori. Giusto, sbagliato?
Questo è un altro discorso. Di certo c'è che altri risultati, questa
moralizzazione non ha raggiunto. E per carità di patria ci limitiamo ad
accennare agli errori nella firma del regolamento sugli accreditamenti,
alla pioggia di sentenze che hanno condannato la Regione sull'albo dei
formatori, agli atti ingiuntivi che hanno sommerso l'assessorato.
In molti casi le ombre non sono scomparse, ma hanno
semplicemente mutato forma. Basti pensare alla tragicommedia del “click
day”. Non solo fallito per l'incapacità amministrativa di chi
l'ha portato avanti o dell'azienda incaricata dagli stessi
amministratori, ma anche naufragato tra i veleni incrociati della
politica, cioè Nelli Scilabra, e della burocrazia, ovvero Anna Rosa
Corsello. Con tanto di sospetti sulle assunzioni che avrebbe voluto
l'assessore in una società del Ministero del lavoro (l'accusa della
dirigente) o sull'assunzione della figlia della stessa dirigente in una
società destinataria di affidamenti dalla Regione (le accuse piovute
dall'assessorato).
Una guerra che non ti aspetti, dopo tre anni di moralizzazione.
E invece, quella moralizzazione si è fermata, come sempre, sulla soglia
delle convenienze politiche, dei rapporti personali. Quelli, ad
esempio, che hanno spinto Crocetta a tenere vicino per anni (e al
vertice del dipartimento Formazione) non solo la Corsello già gravata da
inchieste sull'uso dell'auto blu e sui cosiddetti “doppi incarichi”.
Ma soprattutto mantenendo al proprio fianco la dirigente che ha
svolto un ruolo da protagonista, in un modo o nell'altro, proprio negli
anni della “Formazione malata”. Patrizia Monterosso, però, è
accanto al presidente. Nessuno, come lei. Al vertice della burocrazia
regionale e adesso “signora” persino di Irfis, la mega-banca regionale.
Tutto questo nonostante una condanna contabile a 1,3 milioni di euro
proprio per i finanziamenti nella Formazione e mentre procede una
inchiesta per un mega-peculato. L'accusa? Aver imposto agli enti di
formazione la restituzione di somme erogate in passato, anche quando lei
era dirigente generale della Formazione. Crocetta in questo l'ha
difesa, con lo stesso furore col quale ha sputtanato in passato nemici
politici o semplici strumenti per la sua propaganda moralizzatrice. Che
ora è spenta. Un silenzio che avvicina Crocetta a tutti gli altri. Un
silenzio che suggerisce il dubbio che la moralizzazione sia stato solo
un gioco di potere. E che in fondo, oggi, anche in quel settore brutto,
sporco e cattivo, ci sia più di un ente gradito, simpatico persino a
Palazzo d'Orleans.
17 Ottobre 2016

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