Obama e Sicilia visti da Montreal
Lettera di un siciliano deluso
Lettera di un siciliano deluso
Gentile Direttore,
ho letto la sua lettera indirizzata
al presidente degli Stati Uniti su Siciliainformazioni e,
rispettosamente, vorrei farLe qualche mio commento.
Innanzi tutto è giusto che mi
presenti, anche se brevemente: mi chiamo Giovanni Di Sclafani, nato nel
Palermitano e vivo a Montreal, Canada, da molto tempo. Lavoro come
consulente in commercio internazionale ed ho un ufficio, sempre a
Montreal, di “International Trading and Consulting”. I miei contatti
sono, ed opero, a livello mondiale, con circa trent’anni di esperienza
in commercio internazionale, con “business contacts” nel mondo intero.
Do dei seminari, sempre in commercio internazionale, nelle università di
Montreal, di lingua inglese e francese (il francese è la lingua
ufficiale del Quebec).
Adesso passo alla Sua lettera: io
l’avrei scritta in lingua inglese, indirizzata direttamente al
presidente, con traduzione in italiano pubblicata su
Siciliainformazioni. Nella parte inglese avrei evitato la parola
“coloured”, di cui qui la gente è molto sensibile.
Professore, non si può chiedere al
presidente degli Stati Uniti di spingere le imprese americane ad
investire in Sicilia, questo non è compito del presidente. Dovremmo
essere noi siciliani a creare un terreno favorevole agli investimenti
dall’estero, in questo caso americani e, perché no, anche canadesi. Per
fare questo dovremmo internazionalizzare l’economia siciliana che,
purtroppo, non è stata neanche scalfita dal fenomeno della
mondializzazione e resta isolata dai mercati del mondo.
Dice il famoso economista americano,
Jeffrey D. Sachs, Harvard & Columbia Universities, nel suo libro
“The End of Poverty: “First, I realized more than ever how a country’s
fate is crucially determined by its specific linkages to the rest of the
world”, pag.128 – Penguin Editor.
Il Canada è uno dei paesi la cui
economia è una delle più internazionalizzate del mondo, e per questo una
delle economie più ricche del mondo. Ogni Provincia o Stato, ha un
ufficio attivissimo per l’internazionalizzazione della propria economia,
non esiste niente di tutto questo in Sicilia. Siamo noi siciliani che
dovremmo internazionalizzare la nostra economia, con un ufficio del
governo regionale competente, con uno staff che parli le lingue
straniere, specialmente l’inglese e che conosca i mercati del mondo ed
il loro funzionamento.
L’internazionalizzazione si realizza
con un connubio pubblico-privato, specialmente per le piccole e medie
imprese, che costituiscono l’80% delle imprese. La sua scuola dovrebbe
addestrare giovani laureati al commercio internazionale che è un
complesso di studi teorico-pratico, più pratico che teorico, che forma
dei professionisti alle tecniche delle esportazioni ed international
trading, come pure alle tecniche per attirare investimenti dagli Stati
Uniti, Canada e dal mondo. La Sicilia ha tutti gli ingredienti per
diventare ricca ma bisogna saper mettere assieme questi ingredienti e
venderli al mondo. Il mondo non verrà mai in Sicilia a comprare i suoi
prodotti e servizi, sono le imprese siciliane che devono promuovere i
loro prodotti e servizi con un marketing vincente.
Chiedere al presidente Obama di
mandarci imprese americane, come fece l’esercito americano a mandarci i
marines nel luglio del 1943, molti dei quali siculi americani, come dice
lei, professore, e che corrisponde a verità. Io ero bambino ed i
marines americani mi davano chewing gums e cioccolata. Chiedere al
presidente è come fare le processioni religiose, organizzate
dall’arciprete ed il sindaco di Termini Imerese, per pregare la Madonna
di chiedere a Marchionne di restare.
Lei m’insegna che non è con le
preghiere che si realizzano gli affari, specialmente quando un’impresa è
in perdita e gli operai, non tutti ma parecchi, sicuri della protezione
dei sindacati vanno a gabinetto portandosi il Giornale di Sicilia da
leggere, oppure vanno a raccogliere le olive mentre sono “ammalati”, e
si assentano dalla catena produttiva.
Come si può chiedere al presidente
degli Stati Uniti di mandare imprese in Sicilia, professore, quando la
corruzione è un cancro diffuso, il presidente Crocetta di tutto si
occupa, soprattutto di sopravvivere politicamente, senza fare
assolutamente niente per lo sviluppo economico e la creazione di nuovi
posti di lavoro produttivi, creatori di ricchezza. Invece abbiamo 26000
forestali che la cassa pubblica paga con i fondi pubblici. Nella
provincia canadese della British Columbia, grande quaranta volte la
Sicilia, con circa 800.000 chilometri quadrati di foreste ci sono solo
1600 (mille e seicento) forestali. È giusto che si creino posti di
lavoro, professore, ma produttivi! E giusto che questi 26000 forestali
abbiano lavoro ma lavoro produttivo, attraverso la
internazionalizzazione dell’economia siciliana.
Lei m’insegna, professore, che
aumento di esportazioni = aumento produzione = aumento posti di lavoro
produttivi. La Germania, come il Canada, sono economie ricche perché
esportano molto, perché sono ben organizzate all’esportazione. Anche il
premier Renzi ha detto, nel suo discorso di Rimini, che l’Italia è
rimasta isolata dai mercati del mondo negli ultimi venti anni. La
Sicilia è stata sempre isolata.
Concludo, caro professore
Parlagreco, dicendole che credo nei siciliani, non nei governanti
siciliani, che se si mostra loro la strada giusta per lo sviluppo, con
sincerità e competenza, i siciliani potrebbero fare della Sicilia la
perla del Mediterraneo, una Sicilia degna di Federico II. Non dimentico
per un momento che i siciliani sono uno dei popoli più intelligenti del
mondo. E l’intelligenza va attivata in modo produttivo.
Mi sono prolungato, è colpa sua
professore, la sua lettera pubblicata mi ha ispirato e, soprattutto, mi
ha ispirato la nostra Sicilia di cui resto intensamente innamorato. Non
per scrivere poesie, che sarebbe pure una cosa bella, ma per contribuire
al suo sviluppo socio-economico con la creazione di tanti posti di
lavoro produttivi, per tutti i siciliani, giovani e meno giovani!
Attraverso l’internazionalizzazione della economia.
I wish you a nice week-end,
Giovanni Di Sclafani
* * * * * * * *
Gentile signor Di Sclafani,
pubblico la sua lettera e accolgo le sue osservazioni con l’eccezione di coloured, che per me è politically correct.
Ma posso sbagliarmi. Lei è molto severo con i siciliani. Credo che sia
un sentimento comune in coloro che lasciano la loro terra, la amano e
vorrebbero che avesse una sorte migliore.
Lei dipinge la Sicilia come il luogo della corruzione e del malaffare,
il peggio del peggio. Il problema esiste, ma le assicuro che non è solo
siciliano. Non ne sono esenti grandi paesi, come gli Stati Uniti o la
Germania, per citare i più importanti. Solo che qui da noi, la
corruzione confina con le mafie, è più pericolosa e s’ingigantisce
attraverso i media. I grandi scandali, per restare in Italia, hanno
riguardato il Mose di Venezia, l’Expo di Milano e gli appalti fiorentini negli
ultimi anni. E non perché i lombardi, i veneti o i toscani sono
peggiori dei siciliani, ma perché i soldi sono nel Nord, non nel
Mezzogiorno d’Italia.
Quanto ai forestali, va tenuto in considerazione che nel Sud d’Italia
l’assistenzialismo è una vecchia piaga, la mobilità non esiste e le
risorse pubbliche talvolta sono l’unica risorsa. Questo non assolve la
Sicilia, ma permette di capire.
Gli Usa sono presenti nell’Isola con le loro basi ed i loro impianti.
Se fossero più presenti nella società, nella ricerca e nell’industria,
sarebbero meglio considerati. Non chiederei mai al presidente degli
Stati Uniti di mandare le sue industrie in Sicilia, sarebbe una idiozia
pretenderlo, ma di avere un’attenzione verso un’Isola che accoglie da
quasi settant’anni, nella buona e nella cattiva sorte, gli interessi
americani.
La Sicilia oggi svolge un ruolo strategico importante nel Mediterrano,
è giusto che gli venga riconosciuto. Malta, per fare un esempio vicino,
deve la sua uscita dalla crisi alla rinegoziazione delle basi militari.
Spero che anche lei, per quanto possibile, possa dare una mano al suo Paese. Anche se non se lo merita.
Salvatore Parlagreco
p.s. Hanno ragione coloro che mi
rimproverano il “coloured”. Faccio ammenda, avrei dovuto usare
afroamerican, ma non c’è certo stata la volontà di urtare alcuna
sensibilità. Ho creduto che fosse corretto, fidandomi del mio intuito.
Non basta, è stato un errore. Mi servirà per il futuro. Le parole
seguono il percorso che il contesto pretende. Spero che mi venga
perdonato, mi scuso.
18 Ottobre 2015

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