20 ottobre 2015

COME SI PUÒ CHIEDERE AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI DI MANDARE IMPRESE IN SICILIA, QUANDO LA CORRUZIONE È UN CANCRO DIFFUSO, SENZA FARE ASSOLUTAMENTE NIENTE PER LO SVILUPPO ECONOMICO. INVECE ABBIAMO 26000 FORESTALI CHE LA CASSA PUBBLICA PAGA CON I FONDI PUBBLICI. E GIUSTO CHE QUESTI 26000 FORESTALI ABBIANO LAVORO MA LAVORO PRODUTTIVO


Obama e Sicilia visti da Montreal
Lettera di un siciliano deluso




Gentile Direttore,
ho letto la sua lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti su Siciliainformazioni e, rispettosamente, vorrei farLe qualche mio commento.
Innanzi tutto è giusto che mi presenti, anche se brevemente: mi chiamo Giovanni Di Sclafani, nato nel Palermitano e vivo a Montreal, Canada, da molto tempo. Lavoro come consulente in commercio internazionale ed ho un ufficio, sempre a Montreal, di “International Trading and Consulting”. I miei contatti sono, ed opero, a livello mondiale, con circa trent’anni di esperienza in commercio internazionale, con “business contacts” nel mondo intero. Do dei seminari, sempre in commercio internazionale, nelle università di Montreal, di lingua inglese e francese (il francese è la lingua ufficiale del Quebec).
Adesso passo alla Sua lettera: io l’avrei scritta in lingua inglese, indirizzata direttamente al presidente, con traduzione in italiano pubblicata su Siciliainformazioni. Nella parte inglese avrei evitato la parola “coloured”, di cui qui la gente è molto sensibile.
Professore, non si può chiedere al presidente degli Stati Uniti di spingere le imprese americane ad investire in Sicilia, questo non è compito del presidente. Dovremmo essere noi siciliani a creare un terreno favorevole agli investimenti dall’estero, in questo caso americani e, perché no, anche canadesi. Per fare questo dovremmo internazionalizzare l’economia siciliana che, purtroppo, non è stata neanche scalfita dal fenomeno della mondializzazione e resta isolata dai mercati del mondo.
Dice il famoso economista americano, Jeffrey D. Sachs, Harvard & Columbia Universities, nel suo libro “The End of Poverty: “First, I realized more than ever how a country’s fate is crucially determined by its specific linkages to the rest of the world”, pag.128 – Penguin Editor.
Il Canada è uno dei paesi la cui economia è una delle più internazionalizzate del mondo, e per questo una delle economie più ricche del mondo. Ogni Provincia o Stato, ha un ufficio attivissimo per l’internazionalizzazione della propria economia, non esiste niente di tutto questo in Sicilia. Siamo noi siciliani che dovremmo internazionalizzare la nostra economia, con un ufficio del governo regionale competente, con uno staff che parli le lingue straniere, specialmente l’inglese e che conosca i mercati del mondo ed il loro funzionamento.
L’internazionalizzazione si realizza con un connubio pubblico-privato, specialmente per le piccole e medie imprese, che costituiscono l’80% delle imprese. La sua scuola dovrebbe addestrare giovani laureati al commercio internazionale che è un complesso di studi teorico-pratico, più pratico che teorico, che forma dei professionisti alle tecniche delle esportazioni ed international trading, come pure alle tecniche per attirare investimenti dagli Stati Uniti, Canada e dal mondo. La Sicilia ha tutti gli ingredienti per diventare ricca ma bisogna saper mettere assieme questi ingredienti e venderli al mondo. Il mondo non verrà mai in Sicilia a comprare i suoi prodotti e servizi, sono le imprese siciliane che devono promuovere i loro prodotti e servizi con un marketing vincente.
Chiedere al presidente Obama di mandarci imprese americane, come fece l’esercito americano a mandarci i marines nel luglio del 1943, molti dei quali siculi americani, come dice lei, professore, e che corrisponde a verità. Io ero bambino ed i marines americani mi davano chewing gums e cioccolata. Chiedere al presidente è come fare le processioni religiose, organizzate dall’arciprete ed il sindaco di Termini Imerese, per pregare la Madonna di chiedere a Marchionne di restare.
Lei m’insegna che non è con le preghiere che si realizzano gli affari, specialmente quando un’impresa è in perdita e gli operai, non tutti ma parecchi, sicuri della protezione dei sindacati vanno a gabinetto portandosi il Giornale di Sicilia da leggere, oppure vanno a raccogliere le olive mentre sono “ammalati”, e si assentano dalla catena produttiva.
Come si può chiedere al presidente degli Stati Uniti di mandare imprese in Sicilia, professore, quando la corruzione è un cancro diffuso, il presidente Crocetta di tutto si occupa, soprattutto di sopravvivere politicamente, senza fare assolutamente niente per lo sviluppo economico e la creazione di nuovi posti di lavoro produttivi, creatori di ricchezza. Invece abbiamo 26000 forestali che la cassa pubblica paga con i fondi pubblici. Nella provincia canadese della British Columbia, grande quaranta volte la Sicilia, con circa 800.000 chilometri quadrati di foreste ci sono solo 1600 (mille e seicento) forestali. È giusto che si creino posti di lavoro, professore, ma produttivi! E giusto che questi 26000 forestali abbiano lavoro ma lavoro produttivo, attraverso la internazionalizzazione dell’economia siciliana.
Lei m’insegna, professore, che aumento di esportazioni = aumento produzione = aumento posti di lavoro produttivi. La Germania, come il Canada, sono economie ricche perché esportano molto, perché sono ben organizzate all’esportazione. Anche il premier Renzi ha detto, nel suo discorso di Rimini, che l’Italia è rimasta isolata dai mercati del mondo negli ultimi venti anni. La Sicilia è stata sempre isolata.
Concludo, caro professore Parlagreco, dicendole che credo nei siciliani, non nei governanti siciliani, che se si mostra loro la strada giusta per lo sviluppo, con sincerità e competenza, i siciliani potrebbero fare della Sicilia la perla del Mediterraneo, una Sicilia degna di Federico II. Non dimentico per un momento che i siciliani sono uno dei popoli più intelligenti del mondo. E l’intelligenza va attivata in modo produttivo.
Mi sono prolungato, è colpa sua professore, la sua lettera pubblicata mi ha ispirato e, soprattutto, mi ha ispirato la nostra Sicilia di cui resto intensamente innamorato. Non per scrivere poesie, che sarebbe pure una cosa bella, ma per contribuire al suo sviluppo socio-economico con la creazione di tanti posti di lavoro produttivi, per tutti i siciliani, giovani e meno giovani! Attraverso l’internazionalizzazione della economia.
I wish you a nice week-end,
Giovanni Di Sclafani

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Gentile signor Di Sclafani,
pubblico la sua lettera e accolgo le sue osservazioni con l’eccezione di coloured, che per me è politically correct. Ma posso sbagliarmi. Lei è molto severo con i siciliani. Credo che sia un sentimento comune in coloro che lasciano la loro terra, la amano e vorrebbero che avesse una sorte migliore.
Lei dipinge la Sicilia come il luogo della corruzione e del malaffare, il peggio del peggio. Il problema esiste, ma le assicuro che non è solo siciliano. Non ne sono esenti grandi paesi, come gli Stati Uniti o la Germania, per citare i più importanti. Solo che qui da noi, la corruzione confina con le mafie, è più pericolosa e s’ingigantisce attraverso i media. I grandi scandali, per restare in Italia, hanno riguardato il Mose di Venezia, l’Expo di Milano e gli appalti fiorentini negli ultimi anni. E non perché i lombardi, i veneti o i toscani sono peggiori dei siciliani, ma perché i soldi sono nel Nord, non nel Mezzogiorno d’Italia.
Quanto ai forestali, va tenuto in considerazione che nel Sud d’Italia l’assistenzialismo è una vecchia piaga, la mobilità non esiste e le risorse pubbliche talvolta sono l’unica risorsa. Questo non assolve la Sicilia, ma permette di capire.
Gli Usa sono presenti nell’Isola con le loro basi ed i loro impianti. Se fossero più presenti nella società, nella ricerca e nell’industria, sarebbero meglio considerati. Non chiederei mai al presidente degli Stati Uniti di mandare le sue industrie in Sicilia, sarebbe una idiozia pretenderlo, ma di avere un’attenzione verso un’Isola che accoglie da quasi settant’anni, nella buona e nella cattiva sorte, gli interessi americani.
La Sicilia oggi svolge un ruolo strategico importante nel Mediterrano, è giusto che gli venga riconosciuto. Malta, per fare un esempio vicino, deve la sua uscita dalla crisi alla rinegoziazione delle basi militari.
Spero che anche lei, per quanto possibile, possa dare una mano al suo Paese. Anche se non se lo merita.
Salvatore Parlagreco
p.s. Hanno ragione coloro che mi rimproverano il “coloured”. Faccio ammenda, avrei dovuto usare afroamerican, ma non c’è certo stata la volontà di urtare alcuna sensibilità. Ho creduto che fosse corretto, fidandomi del mio intuito. Non basta, è stato un errore. Mi servirà per il futuro. Le parole seguono il percorso che il contesto pretende. Spero che mi venga perdonato, mi scuso.

18 Ottobre 2015
http://www.siciliainformazioni.com/209132/obama-e-sicilia-visti-da-montreal-lettera-di-un-siciliano-deluso








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