04 agosto 2015

FONDI STRUTTURALI, ULTIMA CHIAMATA. INTERVISTA A TUTTO CAMPO AL SEGRETARIO GENERALE DEL SINDACATO AGROINDUSTRIA DELLAPROVINCIA DI CATANIA ALLA VIGILIA DELLE FERIE AGOSTANE. NECESSARIO UN SALTO DI QUALITÀ NELLA SPESA DEI FONDI EUROPEI E DEL PSR. INIZIAMO PARLANDO DEL SETTORE FORESTALE


Mannino (FLAI Catania): Fondi strutturali, ultima chiamata





Intervista a tutto campo al Segretario Generale del sindacato AgroIndustria della nostra provincia, alla vigilia delle ferie agostane. Necessario un salto di qualità nella spesa dei fondi europei e del PSR


FLAI CGIL CATANIA MANNINO

L’arrivo di agosto segna un momento in cui si delineano i bilanci della prima metà dell’anno in attesa dell’autunno, proverbialmente, almeno in Italia, caldo. Il settore dell’agroindustria, d’altronde come tutti i settori economici, anche in questo 2015 ha dovuto fare i conti con una crisi lunga che dovrebbe iniziare a mostrare la coda, anche se i primi segnali di ripresa sono deboli e incerti.
Abbiamo tracciato con Alfio Mannino, Segretario Generale FLAI-CGIL Catania, un bilancio dei vari settori di competenza della categoria, provando a capire come proseguirà l’attività del sindacato alla ripresa dopo la pausa agostana.

D. Mannino, iniziamo parlando del settore forestale che ha registrato ancora un anno di incertezza con i lavoratori stagionali costretti a vivere mesi di preoccupazione fra tagli e ritardi nell’approvazione della finanziaria regionale.
R. La forestazione, legata a doppio filo alla Regione Siciliana, continua a vivere una situazione confusa e caotica essenzialmente per tre elementi: intanto il quadro politico instabile; in secondo luogo la grave crisi economica e finanziaria della Regione, e appare significativo il fatto che appena varata la finanziaria mancava qualcosa come 100 milioni di euro per coprire il costo complessivo del comparto forestale; terzo, l’instabilità in seno all’Assessorato all’Agricoltura, poiché il titolare si è dimesso qualche settimana fa, nel pieno dell’attività forestale, e chi l’ha sostituito ha preso le redini da pochissimo.
La situazione attuale vede lo sblocco, solo da qualche giorno, del pagamento dei lavoratori a tempo indeterminato. Nella manutenzione, per centocinquantunisti e centounisti, non vi è ancora alcuna notizia sui pagamenti di giugno e luglio. Se non arrivano subito i fondi trasferiti dal governo nazionale e se non verranno registrati i decreti dalla Corte dei Conti, si rischia di inchiodare i 151isti a 51 giornate e i 101isti a 25/26. Appena giungono i decreti bisogna immediatamente avviare la progettazione e avviare il lavoro per le due categorie.
Il servizio antincendio è, di contro, l’emblema della confusione politica e amministrativa che regna alla Regione. Nella finanziaria, a maggio, è stato previsto un taglio del 20% dell’antincendio; proprio per il ritardo di questo provvedimento non c’è stata la possibilità di redigere la programmazione senza quel 20%, con la conseguenza che, appena il servizio è partito, ne è nato un caos con la Regione costretta a richiamare quel 20% di lavoratori con un decreto e con l’effetto che l’antincendio non si sta espletando al meglio.
In generale, si conferma da un lato una difficoltà a reperire i fondi e, dall’altro, un approccio alla questione solo in termini di tagli e senza alcuna programmazione.
Dal canto nostro, da tempo diciamo che le risorse vanno reperite su 2 linee:
per la prevenzione antincendio, il contrasto agli incendi, la lavorazione dei viali parafuochi, i fondi vanno previsti sul bilancio ordinario a inizio anno, in modo che l’attività venga programmata e svolta in maniera puntuale e serena perché, in caso contrario, non si riesce a garantire la tutela del territorio.
Per quel che riguarda il resto, la piantumazione, gli investimenti nei vivai ed altro, bisogna trovare le coperture finanziarie mediante la capacità progettuale nei fondi PSR, e mettendo a reddito alcune attività, come i vivai – dai quali non si incassa nulla –, o come la fruizione del nostro straordinario patrimonio naturalistico.
Inoltre, attraverso i fondi europei, nel comparto agricolo-forestale si può investire sulle attività economiche di grande rilevanza strategica, come il settore energetico attraverso l’utilizzo delle biomasse che il comparto forestale deve avere come core business. Invece questa attività non viene assolutamente svolta. Dobbiamo riuscire a gestire bene l’ordinario, e dobbiamo riuscire a sviluppare una capacità di programmazione affinché si producano risorse che diano da un lato risposte in termini di occupazione e, dall’altro, al territorio. Ad esempio, le biomasse possono fornire alle comunità locali servizi e un costo energetico basso per gli immobili di proprietà pubblica.
A proposito di fondi europei, rilevo che per il periodo 2007-2013 dobbiamo, purtroppo, parlare ancora di ennesima occasione mancata, in quanto non tutto è stato speso e in parte è stato speso male. Le risorse non devono essere disperse su mille rivoli, ma indirizzate verso asset strategici. Bisogna, dunque, puntare al miglior utilizzo dei fondi europei per investimenti che diventino produttivi e non per coprire buchi di bilancio.

Parliamo dei Consorzi di Bonifica, altro ramo in pieno caos, con una riforma in atto e tanti lavoratori che rischiano il proprio posto.
È stato un anno delicato per la Bonifica che presenta due questioni di stretta attualità: il ritardo con cui la Regione Siciliana ha varato la Finanziaria, e che ha causato l’assunzione solo a maggio dei lavoratori con la conseguenza che non sono state svolte le attività di manutenzione ordinaria a carico della rete irrigua. E i tagli che non consentono di mantenere i livelli occupazionali dell’anno precedente: se i centocinquantunisti l’anno scorso hanno svolto 180 giornate, quest’anno arriveranno a 150; i centounisti hanno svolto 51 giorni e sono già stati licenziati. Stiamo lavorando, e vi sono anche mobilitazioni in atto, per consentire il finanziamento di una perizia per immettere 50 lavoratori 51isti e garantire almeno l’erogazione dei servizi minimi.
Questa situazione aggrava un quadro già pesante: i ritardi strutturali persistono; la rete rimane fatiscente; non vi sono risorse per investimenti duraturi; il Consorzio di Bonifica risulta fortemente indebitato.
Anche in questo settore è necessaria una programmazione di lungo respiro. Si spendono milioni di Euro per pagare l’energia elettrica necessaria al sollevamento dell’acqua dai pozzi e non si capisce perché non si investe sulle energie rinnovabili, come solare o fotovoltaico, per abbattere i costi delle bollette.
Il Consorzio di Catania presenta lavoratori precari, servizio inadeguato, rete insoddisfacente. È necessario uno scarto se non vogliamo che questo servizio chiuda e in ballo non vi è solo il posto di lavoro di 200 famiglie, fatto già di per sé grave, ma anche un servizio essenziale per la nostra agricoltura che rischia di venir meno.
È necessario dotare i consorzi di un management adeguato e di alto livello in grado di gestire bene l’ordinario e di progettare investimenti che guardino in prospettiva.

Lei ha accennato ai fondi strutturali. Chiusa la fase 2007-2013, siamo adesso dentro l’opportunità 2014-2020. È necessario, adesso, riuscire a sfruttare meglio questi fondi per ammodernare la Sicilia ed evitare gli errori del passato.
Non credo ci siano alternative. O utilizziamo le risorse per colmare i nostri deficit nei settori strategici, o condanniamo la Sicilia e la nostra economia alla marginalità e alla subalternità rispetto al governo nazionale, a cui saremo costretti a elemosinare con il  cappello in mano.
Con la nuova programmazione PSR e con i fondi strutturali bisogna avere il coraggio di fare scelte e selezionare la spesa per il rilancio dell’apparato produttivo. Non possiamo avere la qualità di spesa avuta sino ad ora nella quale l’hanno fatta da padrone le spese parassitarie, clientelari, assistenzialistiche, e che vedono  corruttela e malaffare. Bisogna investire in settori strategici. Non possiamo continuare a non avere una politica energetica che punti su green economy e nuove frontiere dell’economia. La green economy dà risposte positive in tutto il mondo, e non solo in America Latina, ma anche in Europa. Produrre meno energia solare di quanto ne produca la Germania dà il senso del fallimento delle politiche adottate sin qui.
Anche l’utilizzo virtuoso del ciclo dei rifiuti può dare i suoi frutti. Dai rifiuti si possono produrre risorse che consentano ai cittadini di pagare di meno e alla Regione di uscire dalla logica emergenziale, in cui tutto va in discarica. Una impiantistica moderna riesce d’un lato ad abbattere i costi e, dall’altro, a produrre economia superando le discariche private con tutto il malaffare che recano.
Dopo i dati di questi giorni dello SVIMEZ che parlano, per la Sicilia, di una persona sui tre a rischio povertà, dobbiamo avere la capacità di costruire politiche attive per la crescita economica e sociale. Questa opportunità non la possiamo perdere.

Anche l’agricoltura beneficerebbe di un utilizzo virtuoso delle risorse europee.
Certamente. Per l’agricoltura è necessario sfruttare le opportunità derivanti dai fondi strutturali, ma è anche necessario favorire processi aggregativi delle nostre eccellenze per aggredire i mercati in maniera forte e autorevole. Non possiamo permetterci un’agricoltura parcellizzata com’è quella attuale.
Nel Piano di Sviluppo Rurale dobbiamo riuscire a collocare misure che favoriscano l’iniziativa privata e l’aggregazione dell’offerta, politiche di marketing non solo territoriale ma anche sui prodotti, e l’infrastrutturazione della rete commerciale. La nostra rete viaria interna è disastrosa e il ponte che crolla sulla Catania-Palermo è emblematico. Questo ci penalizza in quanto non consente ai nostri prodotti agroalimentari di giungere in tempi adeguati e con costi adeguati sia sul mercato nazionale, sia su quello internazionale. Possiamo continuare a liberalizzare il mercato del lavoro e a concedere sgravi fiscali, ma se un territorio non ha infrastrutture non è in grado di smistare le merci in Italia e all’estero.
In agricoltura la Sicilia ha enormi potenzialità e i segnali che giungono da EXPO ne sono la testimonianza. Stiamo offrendo in una vetrina internazionale prodotti di alta qualità che vengono apprezzati, ma tutto ciò rischia di essere fine a se stesso se non riusciamo a fare sistema ritrovandoci con l’ennesima occasione mancata.
Poi è necessario che a questi temi si affianchi anche il tema della qualità del lavoro; non ci può essere qualità del prodotto senza qualità del lavoro e purtroppo con il viaggio di “Terranera” (il docufilm sullo sfruttamento in agricoltura prodotto da CGIL e FLAI Catania, n.d.r.) abbiamo raccontato le condizioni di migliaia di lavoratori, che devono subire sfruttamento, caporalato, sottosalario. Quando si vive in realtà importanti della provincia di Catania quali Adrano, Biancavilla, Paternò, Scordia, Palagonia, o in altre realtà della provincia di Siracusa, la scarsa qualità del lavoro non è soltanto un danno per l’agricoltura, ma è un danno per gli stessi centri agricoli. La qualità del lavoro e dei diritti devono essere al centro delle politiche regionali. Le risorse all’agricoltura privata devono garantire la premialità per quelle aziende che garantiscono diritti contrattuali e sociali. E in questo si inseriscono anche le riforme da fare, alcune addirittura a costo zero come l’incontro fra domanda e offerta lavoro che, secondo la nostra proposta, deve avvenire in un luogo pubblico; ma su ciò non abbiamo avuto alcuna risposta da parte del governo regionale. Un’altra riforma senza costi è quella della razionalizzazione del personale con l’individuazione di figure che possano rafforzare gli organi ispettivi. L’Assessorato al Lavoro ha messo in cantiere una rivisitazione complessiva dei centri per l’impiego e, in essa, il tema della tutela e del controllo sul lavoro è prioritaria. Staremo a vedere.
Terranera ha avuto il merito di accendere i riflettori sul fenomeno della qualità del lavoro, ma non è stato importante solo per questo. Con il docufilm abbiamo parlato alla società, non soltanto agli addetti ai lavori. Abbiamo parlato alle scuole, al mondo dell’associazionismo, alle università. Il Tribunale dei Minori di Catania ha proiettato “Terranera” nella Giornata dell’Infanzia. Siamo riusciti a raccontare quel che accade realmente nelle campagne a un pezzo di società che credeva che tutto ciò esistesse solo in tv. Adesso c’è maggiore consapevolezza sul degrado in cui una parte dei lavoratori è costretta a vivere. Sono convinto che il nostro impegno attorno alle problematiche sollevate da Terranera stia già creando un humus e un clima che possono essere positivi per i prossimi anni, anche come spinta alla classe dirigente regionale affinché non sottovaluti il fenomeno, che non significa solo marginalità per migliaia di lavoratori, ma anche rischio coesione sociale in diverse aree della regione.

Parliamo ancora di “Terranera”. Come prosegue la campagna di proiezione in tutta Italia?
Stiamo continuando in quell’opera, a cui accennavo, di incontro con diverse realtà. Siamo stati negli ultimi giorni a Paternò nell’ambito dei campi della legalità. Sempre a Paternò faremo una iniziativa a fine settembre in concomitanza con l’inizio della campagna agrumicola, ponendo al centro i temi forti di “Terranera”: sfruttamento, caporalato, sottosalario. Altri appuntamenti li avremo nel siracusano.

Industria agroalimentare. C’è l’importante appuntamento del rinnovo contrattuale. Questo mentre si ragiona sugli effetti del Jobs Act e mentre la crisi influisce sui consumi facendo venir meno quella che sembrava una certezza: la gente deve pur mangiare.
Andiamo con ordine. Abbiamo presentato la piattaforma per il rinnovo del contratto nell’industria alimentare e la discussione si aprirà nel mese di settembre. Abbiamo la consapevolezza che il rinnovo sarà particolarmente difficile per la congiuntura economica e per questioni di natura generale, in quanto la controparte mette in discussione il modello contrattuale vigente. Abbiamo avanzato una richiesta economica ambiziosa di circa 150 euro mensili, e abbiamo posto anche alcuni elementi per superare le distorsioni messe in campo dal Jobs Act. E’ chiaro che sarà difficile dare risposte positive alle criticità emerse con il Jobs Act che ha precarizzato ulteriormente il mondo del lavoro attraverso il contratto. Abbiamo l’obbligo di tentarci e lo stiamo facendo con tutte le nostre forze.
Quello dell’industria agroalimentare è un settore che risente della crisi, anche se, come dice lei, “la gente deve pur mangiare”. Tuttavia la qualità della spesa alimentare si è notevolmente modificata perché i prodotti non vengono più consumati come prima ed emerge un cambio negli stili alimentari, con la spesa per frutta e verdura che supera la spesa per la carne. Non è un caso che mentre i supermercati entrano in crisi, gli hard discount acquisiscono un ruolo significativo sui mercati.
L’industria agroalimentare, in Sicilia, può essere un asset strategico su cui investire. Abbiamo le eccellenze, ma non riusciamo a chiudere la filiera, in quanto non possiamo contare su attività di trasformazione e commercializzazione adeguate. La Sicilia è la quinta regione per produzione agricola, ma la 13° per lavorazione e trasformazione dei prodotti. In questo scarto ci sta la mancanza di valore aggiunto e il fatto che perdiamo migliaia di posti di lavoro. Riuscendo a ridurre questo gap, sicuramente potremo dare risposte significative in termini occupazionali.
Le aziende della nostra provincia vivono fra luci ed ombre. Anche in questo settore scontano la mancanza di una politica industriale adeguata, la mancanza di servizi adeguati, una rete di trasporto carente, un costo eccessivo dell’energia, una politica di accesso al credito drammatica in quanto, a causa della crisi, si sono ulteriormente ristretti i margini e le imprese in sofferenza rischiano la chiusura. In questo scenario resistono solo i grandi marchi: Coca Cola, Parmalat, solo per citarne qualcuno. Ogni giorno ci confrontiamo con le azienda sui livelli occupazionali. Siamo chiamati continuamente a chiudere procedure di mobilità, cassa integrazione e a sottoscrivere contratti di solidarietà. Il risultato di tutto questo è una precarizzazione del mondo del lavoro e l’impoverimento del nostro tessuto produttivo.
Il Jobs Act non ha prodotto i risultati che il governo sperava e noi avevamo visto giusto quando dicevamo che non si crea occupazione riducendo i diritti. Vi sono iniziative di assunzione che, in realtà, sono soltanto cambi di tipologia di contratto proposte solo per accedere agli sgravi contributivi e, alla lunga, tutto ciò si può tradurre addirittura in un ritorno negativo in termini occupazionali nel nostro sistema. C’è una responsabilità che attiene alla politica, e una responsabilità che attiene al management dell’imprenditoria privata, in quanto non sono state proposte per tempo quelle iniziative e quei correttivi che servivano per rendere più competitive le nostre aziende, puntando su prodotti di qualità, politiche di marketing, associazionismo, o su come aggredire i mercati.
L’interesse è stato solo per il mercato interno con la conseguenza che, negli anni in cui la crisi ha impoverito il nostro territorio, le aziende, non avendo capacità di esportazione, non sono state più sui mercati. Inoltre bisogna puntare sulle eccellenze: pensiamo al settore lattiero-caseario che non può avere come core business un prodotto come le mozzarelle. Non possiamo competere in quel ramo, mentre dovremmo puntare sui pecorini e sui prodotti stagionati.
Altra nota dolente l’assenza, a Catania, di una industria di trasformazione e lavorazione delle arance, nonostante la nostra regione produca quasi i 2/3 dell’agrumicoltura italiana. Di succhi e derivati produciamo solo il 15%, segno del fatto che gli imprenditori non hanno investito per tempo in determinati settori. Le politiche economiche devono indirizzare le risorse verso queste attività per favorire uno sbocco su mercati più ampi. I dati dicono che le aziende che crescono e che producono ricchezza sono quelle che hanno grande capacità di export. Prendiamo come esempio la frutta secca come pistacchio o nocciola: sono settori che vanno bene e devono diventare punti di riferimento per tutti.
In questi ultimi anni anche il settore vitivinicolo ha avuto grande espansione, ma, adesso, bisogna fare il salto di qualità o rischiamo il declino. Dobbiamo riuscire a fare sistema, adottare politiche di marketing di qualità, innovare il prodotto e puntare alla commercializzazione estera.

L’economia della nostra provincia, ma anche quella siciliana in generale, non può non puntare sulla politica turistica, che poi significa tutela e valorizzazione dell’ambiente e delle eccellenze agroalimentari.
In questo settore c’è la necessità di investimenti seri. Siamo contro le inutili opere faraoniche e diciamo che bisogna fare sistema, soprattutto nella nostra provincia dove possiamo puntare su  mare e montagna, sul vulcano e sui beni culturali, oltre che sull’agroalimentare. L’Etna è fra le parole più cliccate sul web, ma non riusciamo a drenare flussi turistici adeguati, e quando lo facciamo non riusciamo ad ottenere un turismo stanziale, ma solo mordi e fuggi. Vi sono pochi servizi, spesso non all'altezza come i trasporti o gli alloggi.
Abbiamo strumenti adeguati come i GAL o i distretti turistici, ma c’è il rischio che diventino sovrastrutture utili più per consolidare posizioni di potere che strumenti per lo sviluppo e la crescita, così come il legislatore li aveva concepiti. La classe dirigente, non solo politica, deve mettersi al servizio dei territori per favorirne la crescita.

 03 Agosto 2015
http://nuke.flaicgilcatania.it/ManninoFondistrutturaliultimachiamata/tabid/927/Default.aspx








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