L'«esercito» degli emigrati
Secondo i dati del rapporto «Italiani nel mondo» della Fondazione Migrantes cresce il numero di chi parte per motivi di lavoro
Claudio Costanzo
San Cataldo. La Sicilia, da «perla del Mediterraneo» si sta trasformando (o ciclicamente sta tornando a trasformarsi) in un «porto di mare»: molto spesso il viaggio verso altre mete è di sola andata. Peccato che a lasciare l'isola sia la "fetta" di cittadini destinata a diventare, un giorno, la «nuova classe dirigente». I giovani e quanti cercano la propria indipendenza, fanno "fagotto" per trovare altrove una dimensione. Spesso all'estero: secondo l'edizione 2014 del rapporto "Italiani nel mondo", realizzato dalla Fondazione Migrantes (organismo pastorale della Cei), "l'esercito" dei siciliani iscritti all'Aire (Anagrafe italiani residenti all'estero) conta 698.764 emigrati.
Anche la provincia nissena "onora" la causa e, tra i Comuni con la percentuale più alta di emigrazione, risulta pure San Cataldo. Secondo gli ultimi dati ufficiali, in città risiedono 23.603 persone. Poi, vi è un'altra comunità, formata da ben 7.653 sancataldesi che vivono fuori dall'Italia, per un rapporto del 32%. Le destinazioni europee preferite sono la Germania ed il Belgio. E' proprio qui che vivono due giovani di San Cataldo, che hanno deciso di cambiare vita. Loro sono Arcangelo e Giuseppe Ferrara, rispettivamente 26 e 23 anni. Dal 2007 al 31 dicembre 2012, hanno gestito una propria attività commerciale, il bar "Malibù" che sorgeva in viale Indipendenza (accanto alla scuola media "Carducci"). La crisi li ha costretti a chiudere bottega ed a prendere, un anno fa, la drastica decisione: andare via. Oggi, i due vivono a Strepy-Bracquegnies, poco distante da La Louviere e lavorano in un centro logistico internazionale di articoli sportivi, come operai polivalenti.
Nei giorni scorsi, sono tornati per qualche giorno nella loro città. Così, ci hanno raccontato la propria esperienza: «Il 24 settembre 2013 abbiamo fatto entrambi il compleanno ed il 25 siamo partiti per il Belgio. Chiuso il bar, avevamo cercato impiego presso artigiani della nostra città: lavoravamo per poche centinaia di euro in "nero", che peraltro non abbiamo ricevuto. Abbiamo deciso così di andarcene e nostro padre si è procurato 500 euro per la partenza. Appena arrivati in Belgio, avevamo 90 giorni a disposizione per trovare lavoro: il 5 novembre avevamo già un contratto in regola. Nel giro di 3 mesi, abbiamo imparato il francese in maniera ottimale. Adesso non abbiamo più la preoccupazione di avere qualcosa in tasca. E poi, siamo diventati più estroversi, abbiamo conosciuto altre culture ed anche altri siciliani emigrati come noi». Su quanto gli manca San Cataldo, Arcangelo e Giuseppe si sono così espressi: «Abbiamo lasciato la nostra città quasi con desiderio di "vendetta": abbiamo perso gli affetti, la famiglia, gli amici, le nostre abitudini. Con tutti ci mettiamo in contatto grazie alle nuove tecnologie, ma non basta per colmare la mancanza».
Arcangelo, in particolare, ha spiegato: «Non ho dimenticato le mie origini, anzi. Per questo, tramite Facebook, ho contattato alcuni esponenti politici sancataldesi per proporre loro di venirci a trovare in Belgio ed osservare come, attraverso piccole cose, si potrebbero ottenere grandi risultati a livello economico e di vivibilità per San Cataldo. A quanto pare, però, l'invito non è stato colto». Il papà dei due ragazzi, Angelo Ferrara, forestale, ha raccontato come vive la lontananza dei figli: «E' stato un colpo per la nostra famiglia. Siamo, però stati contenti del fatto che abbiano subito trovato lavoro in Belgio: prima ero io a dovermi preoccupare di mantenerli ed essendo un lavoratore stagionale era problematico. Adesso, invece, siamo arrivati al punto che Arcangelo e Giuseppe, dal Belgio, chiedono se noi abbiamo bisogno di qualcosa: non nascondo che si prova una certa umiliazione in casi del genere. Ora, io e mia moglie stiamo riflettendo sulla possibilità di poter partire anche noi».
16 Novembre 2014

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