02 novembre 2016

INCENDI, CULTURA DELL’AMBIENTE E SELVICOLTURA IN SICILIA. OCCORRE SUPERARE LA MENTALITÀ DELL’OCCUPAZIONE SALTUARIA



Ambiente & Energia

Federico G. Maetzke
Si illustrano strumenti e metodi per la prevenzione degli incendi e per la formazione di una cultura attenta alla conservazione e alla valorizzazione dell’ambiente boschivo, offrendo anche alcune riflessioni sul loro impatto economico

 

Ogni anno con l’arrivo della stagione estiva, del caldo torrido, del secco, del vento di scirocco che non fa respirare, ricorre la notizia dell'incendio forestale: qualche volta gli eventi sono modesti e controllati, più spesso violenti e talora fuori controllo; qualche anno precoci nella stagione, qualche anno più tardivi, ma puntualmente presenti, con le discussioni e le polemiche conseguenti.
A settembre, ad ottobre, i titoli saranno dimenticati, ad emergenza superata le pendici bruciate diverranno consuete alla vista, al massimo susciteranno ancora qualche commento nel passarvi accanto. E nel frattempo Madre Natura porrà rimedio, provvida per quanto potrà, all’incuria dell'uomo. Ma avrà perso, e con lei la società umana, ampie parti di territorio, di significative realtà e molto spesso di bellezza.
L’ambiente mediterraneo assomma caratteri di particolare interesse sia sotto il profilo culturale sia sotto quello naturalistico. L’interazione uomo-bosco, unita alla storia e alla variabilità climatica hanno comportato l’edificazione di una ampia diversità di situazioni che mutano da valle a valle, da pendice a pendice.
I boschi dell’area mediterranea hanno caratteristiche di particolare ricchezza naturalistica sia pur plasmata da secoli di convivenza e impatto con la presenza dell’uomo. Vi si trova pertanto una notevole diversità di specie vegetali e animali e conseguentemente, una grande diversificazione di paesaggi culturali e seminaturali, che vedono le aree coperte da vegetazione arborea e da bosco alternarsi con gli altri usi del suolo. Ciò determina un complesso mosaico paesaggistico ed ecologico: un rilevante carattere del territorio italiano e siciliano in particolare.
In questo contesto la ricchezza della diversità biologica è testimoniata, secondo Scarascia Mugnozza et al. (2000), dal fatto che le aree mediterranee ospitano oltre 25.000 specie vegetali contro le circa 6.000 del nord-Europa (in un’area ben più vasta), e che il 50% delle piante mediterranee sono endemismi. Parimenti gli stessi Autori sottolineano che anche il numero di specie arboree è tre volte superiore nell’area mediterranea rispetto alla precedente. In Sicilia, terra di boschi d’estensione limitata, comunque pari al dodici percento della superficie regionale, altamente diversificata e dalle tante forme di paesaggi agro forestali, il dieci percento della flora locale è endemico. Un patrimonio da salvaguardare, una ricchezza da proteggere.
La diversità di ambienti, spesso caratterizzati da marcate difficoltà ecologiche dovute a clima, morfologia, cattivo uso del suolo, ha comportato adattamenti delle specie e meccanismi di reazione alle pressioni ambientali. Ma la continua ripetizione dei fattori di stress indotti dall’azione antropica, particolarmente incendi e pascolo, ha superato le capacità di resistenza e resilienza dei soprassuoli fino a causare la scomparsa di numerose cenosi forestali, la riduzione dell’area coperta da boschi e l’impoverimento compositivo e funzionale di molti soprassuoli, l’estensione delle garighe e la semplificazione di quella bellissima espressione della comunità vegetale mediterranea basale che è la macchia. Anche le foreste considerate più naturali hanno subito la pressione dell’uomo e le conseguenti modificazioni.


**

Tra gli elementi di maggiore impatto vi è sicuramente il fuoco. Sebbene anche quest’ultimo sia un fattore ecologico riconosciuto e, in taluni ambienti, funzionale alla perpetuazione del bosco, la ricorsività e l’intensità degli eventi causati dall’uomo lo hanno reso un fattore primario di degradazione.
Di fronte a questo, appare chiaro che l’approccio al problema dagli incendi non può essere limitato alla sola repressione degli eventi o alla predisposizione di adeguati strumenti d’intervento, pur indispensabili, ma deve basarsi soprattutto sulla prevenzione e sull’educazione. L’accento troppo spesso posto sulla disponibilità, l’efficacia e la funzionalità di mezzi e organizzazioni volte alla lotta attiva ha fatto trascurare il ruolo fondamentale della gestione del territorio agropastorale e del bosco come elemento sostanziale della lotta preventiva al fuoco.
Certo sono più evidenti – e dunque visibili – l’armata aerea e gli equipaggiati eserciti terrestri, rispetto al lavoro quotidiano di programmazione, gestione e esecuzione di interventi e lavori sistematici e diffusi che mantengono la presenza dell’uomo nel bosco e ricostituiscono un’antica alleanza, troppo spesso prevaricata dall’uomo stesso.
Quante volte i mass media riportano immagini di Canadair ed elicotteri in azione e quante volte le immagini di un bosco curato, diradato, quante volte parlano di incendi e quante di selvicoltura, valorizzando il lavoro oscuro e giornaliero di molte, esperte mani forestali? Non bastano i documentari che illustrano le più belle foreste del mondo: occorre mostrare i boschi di casa nostra e come essi sono o possono esser valorizzati.
Quante volte i “media” illustrano la necessità di educazione ambientale – non solo quella della scuola primaria – ma di una educazione diffusa del cittadino e del paesano, che renda consapevoli di rischi e comportamenti errati, anche nelle cose più ovvie?


***

Si è detto che la maggior parte dei nostri boschi ha una chiara origine antropica o comunque è stata plasmata dall’uomo (La Mela Veca et al. 2016). In una regione in cui i boschi sono troppo pochi, e in cui molti rimboschimenti sono stati abbandonati – come del resto è deplorevole consuetudine quasi ovunque nel quadro nazionale – occorre coltivare il bosco. Ciò significa assecondare l’azione naturale di selezione e guida verso la complessità e la diversità applicando una serie di tecniche colturali consolidate e studiate dalla selvicoltura.
I rimboschimenti interessano in Sicilia oltre 105.000 ettari, realizzati perlopiù nel periodo dal 1947 al 1996 (Camerano et al., 2011). Poiché frequentemente oggi sono giunti alla fase adulta, si rende necessario agevolare il fenomeno di rinaturalizzazione in atto, partendo da un accurato studio dei meccanismi naturali di diffusione e affermazione della rinnovazione.
Agendo di conseguenza in modo puntuale e diffuso si può favorire, rendere più veloce e efficiente il processo evolutivo in atto. Gli interventi devono essere capillari e continuati nel tempo, volti a guidare il fenomeno senza causare eccessive interruzioni di continuità della copertura e ottenere la graduale affermazione delle specie più esigenti tipiche del piano. E dunque tagli selettivi moderati per ampliare le lacune in cui si è insediata la rinnovazione delle specie autoctone, liberazione degli individui affermati, creazione gaps nei tratti a maggior copertura.
Alla fase esecutiva deve seguire l’osservazione degli effetti dell’intervento, cauto e ripetuto, per verificare la riuscita dell’opera volta a edificare strutture composite e complesse, che risulteranno più stabili e resilienti anche nei confronti degli incendi.
Così anche nei soprassuoli più vicini alla naturalità, la regolazione della struttura e della composizione dovrebbe seguire gli esempi offerti dall’evoluzione naturale. La progressiva riduzione delle conifere a vantaggio delle latifoglie tipiche del piano contribuisce a diminuire la suscettibilità all’incendio. L’esecuzione di diradamenti riduce la biomassa eliminando preferenzialmente le piante deperienti e sottoposte, e spesso asporta parte della necromassa, in equilibrio tra necessità di pulizia del bosco, riduzione della massa combustibile e utilità per la catena dei degradatori.
Senza contare che il prodotto legnoso di queste opere colturali può alimentare piccoli impianti di trasformazione sia energetica sia artigianale in filiera corta, locale (La Mela Veca et al., 2014), molto più utili allo sviluppo del territorio rispetto ai grandi impianti centralizzati su cui gravano costi di trasporto e necessità di approvvigionamento di biomasse difficilmente reperibili con continuità nell'Isola.
Applicare uno studio così complesso e evoluto in termini esecutivi significa adottare i canoni della selvicoltura, che riconosce la complessità del bosco ed è volta a esaltarla. Fermo restando che un bosco oggetto di cure è anche meno soggetto a incendi o comunque subirà sempre danni inferiori da possibili eventi. Le tecniche selvicolturali mirano infatti ad aumentare la stabilità del bosco e contemporaneamente elevano la capacità di difesa intrinseca dei soprassuoli (Leone e Lovreglio, 2005), regolando la disponibilità di combustibile nello spazio e nel tempo. L’esecuzione degli interventi, inoltre, introduce soluzioni di continuità nella distribuzione della componente arborea e arbustiva dei soprassuoli. Si pensi all’esecuzione di diradamenti geometrico-sistematici nei giovani rimboschimenti, alle aperture dovute ai tagli di maturità eseguiti a strisce o buche di diversa disposizione. Ancora, in termini di difesa dagli incendi potrebbe risultare utile, in fase di selezione o di impianto, scegliere specie che hanno elevate caratteristiche di resilienza in modo da assicurare una rapida e efficace reazione all’eventuale passaggio del fuoco.
Le opere colturali, richiedendo la manutenzione della viabilità interna, nel contempo facilitano la penetrazione e l’agibilità nel bosco e dunque anche la lotta attiva.
Alle opere colturali si affianca il complesso di azioni di prevenzione più specifica, quali l’apertura e la manutenzione delle fasce parafuoco – purché fatta nel rispetto della tecnica e del territorio, la spalcatura delle conifere – che ha peraltro anche una ricaduta positiva sulla qualità del legname, il potenziamento e la manutenzione della viabilità forestale.
Si comprende così come tutta l’attività selvicolturale si possa considerare una forma di prevenzione dagli incendi.
In conseguenza di tutto quanto esposto, appare evidente la necessità di pianificazione dei lavori e di gestione dei tempi e dei momenti esecutivi (Maetzke, 2014). In sintesi, l’applicazione della selvicoltura nel tempo e nello spazio: la pianificazione, l’assestamento forestale. Necessario non solo nelle aree di proprietà pubblica e nelle aree protette ma in tutti i boschi, demaniali e privati.
Tutto ciò, come anzidetto, presuppone e comporta la diffusa presenza dell’uomo in bosco. Implica l’impiego di manodopera altamente qualificata guidata da personale ad alta specializzazione, con una grande passione per il lavoro in bosco.
Non molti conoscono, nella realtà della nostra Università, il fatto che anche a Palermo –unica realtà tra gli atenei dell'Isola – con i corsi di Scienze Forestali e Ambientali si formano laureati qualificati per conoscenze scientifiche e tecniche, in grado di progettare e guidare il lavoro nelle aree forestali e agroforestali, un capitale umano – costato alle famiglie e alla società – che si rende disponibile sul mercato del lavoro professionale. Laureati che contribuiscono alla salvaguardia del territorio, benché in un mercato del lavoro assai difficile e frammentato.
Invero i nostri laureati trovano più spesso apprezzamento nelle altre regioni d’Italia e anche all'estero: purtroppo i meccanismi amministrativi e le volontà politiche e burocratiche regionali non hanno saputo e non sanno valorizzare questo capitale umano in Sicilia. Si contano infatti sulle dita d'una mano i laureati in Scienze Forestali inquadrati nei servizi e nelle amministrazioni forestali e ambientali dell'Isola, a fronte di un patrimonio naturalistico rilevante e del demanio forestale più ampio tra le regioni italiane, bisognoso di interventi, di gestione e manutenzione, per i quali è fondamentale una competenza specifica. Una competenza che contribuirebbe sostanzialmente a impiegare in modo più utile, corretto e sicuro i numerosi operatori del settore forestale occupati nei demani pubblici.


****

Lo sviluppo e la diffusione degli interventi colturali comporta anche e soprattutto mantenere manodopera e conservare conoscenze locali, saperi consolidati nel tempo, proprio in quelle aree pedemontane e montane dalle quali rammarichiamo l’esodo delle popolazioni, cui mancano possibilità di lavoro e sostentamento. Creare opportunità di lavoro nel bosco significa soddisfare anche una crescente domanda di lavoro alternativo a quello delle fabbriche e delle città. Ma soprattutto significa riedificare un rapporto con la natura e con la foresta che porta alla diffusa conoscenza del territorio e alla coscienza dell’importanza di operare correttamente per il proprio ambiente. E conseguentemente al rispetto e all’amore verso il bosco e la coscienza del significato del lavoro in esso profuso.
Ricreare questo rapporto può comportare anche la riduzione degli incendi e aumentare una vigilanza spontanea. Nessuno brucerà il frutto del proprio lavoro se ne ha rispetto, se è convinto che esso produce reddito e occupazione continuativa. Occorre superare la mentalità dell’occupazione saltuaria, in particolare nel momento attuale, con una diffusa crisi del comparto produttivo, e comprendere che questo lavoro è opera spesa per la comunità e per i singoli, per mantenere un patrimonio da valorizzare e non da distruggere.
Mantenere l’uomo nel bosco e sulla montagna creando opportunità di occupazione, lo abbiamo sentito tante volte, comporta la salvaguardia del piano.
Poiché il lavoro nel bosco, se correttamente condotto, porta la stabilità del bosco stesso, la protezione delle città e della pianura, lo sviluppo di aree che assicurano la nostra ricreazione e il nostro benessere. Di fronte a tanti benefici si osserva che raramente questa logica successione viene realizzata. Infatti, rimboschimenti vengono abbandonati, i boschi cedui usati come miniera da cui prelevare senza dare colturalità, le fustaie in abbandono colturale e soggette solo alle utilizzazioni finali. Rari sono i diradamenti, ancor più rara l’opera colturale nei cedui o nei giovani rimboschimenti, passati i primi anni dopo l’impianto e scadute le prescrizioni dei contratti. Si imputa il fatto ai costi, che sono proibitivi, alla scarsezza di manodopera qualificata, al fatto che il legno non paga abbastanza. Considerazioni queste ultime giuste sotto il profilo finanziario ma certo errate, notevolmente errate sotto il profilo economico. Proprio per le ricadute del lavoro in bosco già ricordate. Basti dire che gli economisti forestali stimano che i servizi ecosistemici[1] assicurati da un bosco valgano almeno 10 volte il valore del legname prodotto dallo stesso.
Quanto costa allora un piano di assestamento, quanto la cura colturale di un ceduo, quanto un diradamento in un rimboschimento in fase giovanile o adulta. Poche cifre a commento. Un buon piano di gestione comporta una spesa massima di circa 100-150 euro per ettaro. Un ettaro di rimboschimento, comprese le prime cure colturali, costa da 7.500 a 10.000 euro. Il diradamento moderato dal basso di un ettaro di giovane fustaia di conifere costa circa 3.000 euro, lo sfollo di un rimboschimento giovane, nello stadio della cosiddetta “perticaia”, circa 1.000 euro per ettaro. Per queste opere vi è ancora la possibilità di accedere ai contributi comunitari attraverso i meccanismi del Programma di Sviluppo Rurale. La Regione può indirizzare i bandi per questo fine, potrebbe realizzare in proprio o con tecnici esterni[2] un funzionale impianto pianificatorio, con strumenti completi secondo i corretti canoni dell'assestamento forestale per le aree demaniali, un sistema che, viceversa, nell'Isola è ancora assai episodico, per lo più datato, molto eterogeneo e, soprattutto, poco efficiente.


*****

Senza nulla togliere alla necessità di disporre di un’adeguata ed efficiente struttura di lotta attiva, è debito notare che alle considerazioni relative al costo della selvicoltura fa riscontro il costo comunque molto elevato della macchina di intervento e lotta. Anche qui poche cifre, per avere idea dell'ordine di grandezza. Un aeroplano CANADAIR ha un costo di acquisto di circa 23 milioni di euro, un costo di gestione operativa di circa 10.000 euro per ora di volo. Un elicottero Erikson S64 ha un costo di circa 16 milioni di euro, il costo per ora di volo è di oltre 2500 euro. Un'ora di una squadra a terra, non meno di 200 euro. E solo per la bonifica post incendio può occorrere una decina d'ore per ettaro. Ed a questi si aggiungono i derivati dell’indotto nato attorno all’emergenza: attrezzi, veicoli e abbigliamenti antincendio, riviste del settore, pubblicità. Un meccanismo di spese, investimenti, appalti a società che operano e gestiscono, ognuna di esse con un apparato tecnico, amministrativo e dirigenziale il cui costo grava comunque sul bilancio degli incendi.
Il risultato complessivo è che il costo degli incendi[3] supera abbondantemente i 500 milioni di euro per anno, valore alto, ma che purtroppo non può tenere conto delle perdite di vite umani e dei loro beni, direttamente o indirettamente causate dagli incendi (Fonte CFS, 2015)”. E, limitandosi alla sola cifra, quanto lavoro in bosco potrebbe esser compiuto con un simile ammontare? o con solo la metà di esso? Quanto reddito distribuito tra la popolazione della montagna, e non tra pochi? E non occasionalmente?
In un provocatorio soliloquio Ciancio, nel 1993, si chiedeva se non fosse meglio interrompere bruscamente il costo crescente del sistema incendi-repressione-ripristino lasciando bruciare e solamente interdicendo totalmente l’uso del territorio percorso, per evitare il ricatto del fuoco (rimboschimento – incendio - necessità di nuovi mezzi). E tutto ciò notando che, dopo resoconti e dichiarazioni su ogni mezzo di divulgazione, in autunno d’ogni anno tutto verrà dimenticato fino alla prossima estate. A nuove spese, a nuove emergenze.
Anche senza arrivare a paragoni così caustici e di sfida, la questione riguarda un approccio di fondo, alla domanda se sia più opportuno continuare a investire fondi nell’emergenza e nella lotta attiva oppure non sia meglio consolidare la macchina di lotta e iniziare a investire in pianificazione, prevenzione e in selvicoltura, con ricadute assai più vaste e sostenibili. Ben vengano dunque la gestione del rischio, la pianificazione dell’uso delle risorse e la gestione dell’emergenza, ma occorre che esse siano solo un tassello di una più ampia politica forestale in cui la pianificazione forestale e la selvicoltura, oggi decisamente marginali nel territorio siciliano, abbiano il ruolo principale che loro spetta.
Mentre il bosco brucia e la Sicilia, ancora, aspetta.

Bibliografia

Camerano P., Cullotta S., Varese P. (a cura di) 2011Strumenti conoscitivi per la gestione delle risorse forestali della sicilia. Tipi forestali. Regione Siciliana. pp.192.
Ciancio O.1993 Come evitare gli incendi boschivi. Divagazioni e soliloqui. L’Italia Forestale e Montana, XLVIII 5 312-313.
La Mela Veca D.S., Clementi G., Traina G. 2014. Rimboschimenti e uso energetico della biomassa forestale nei Monti Sicani (Sicilia occidentale).In: (a cura di): La Mela Veca DS; Karniadaki D; Rubino C, Gestione sostenibile delle foreste Mediterranee e uso energetico delle biomasse forestali residuali. vol. 51, p. 10-16, Palermo:Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale, Regione Siciliana.
La Mela Veca, D.S., Cullotta, S., Sferlazza, S., Maetzke, F.G. 2016 Anthropogenic Influences in Land Use/Land Cover Changes in Mediterranean Forest Landscapes in SicilyLand 5, 3.
Leone V. LovreglioR. 2005. Difesa dagli incendi boschivi e contenimento dell’effetto serra. Forest@@@@@@ 2(2):160-165 on line: URL http://www.sisef.it/
MAETZKE F. 2014. Raccordo tra pianificazione forestale e pianificazione antincendi boschivi. In: Portoghesi L., Iovino F., Menguzzato G. (a cura di): Bovio G., Corona P. M., Leone V. , Gestione selvicolturale dei combustibili forestali per la prevenzione degli incendi boschivi.p. 158-161, AREZZO: Compagnia delle Foreste, ISBN: 978-88-905577-9-8
Scarascia Mugnozza G. Oswald H., Piussi P., RadoglouK. 2000. Forest of the Mediterranean region: gaps in knowledge and research needs. Forest Ecology and Management 132, 97-109.




Note

[1]
appunto la protezione del suolo, la regimazione idrogeologica, lo stoccaggio di carbonio atmosferico, i valori paesaggistici, l'attrazione turistica ecc..

[2] dando lavoro ai nostri giovani laureati.....

A.S.T.A.C. ITALIA, TI VOGLIO UN BENE IMMOBILE


Ricevo e pubblico
da Aldo Rizza



Italia, troppo pochi i forestali*.

Italia, serve l’esercito dei forestali*.

*Addetti alla Salvaguardia e alla Tutela dell’Ambiente Costruito

-Ditelo a chi volete. 
aldorizza. RG








CATANIA. CORSO DELLE PROVINCE, IL DEGRADO NEL CUORE DELLA CITTÀ. «MARCIAPIEDI COME PARCHEGGI E VERDE ABBANDONATO»


Cronaca – La strada, come denuncia un commerciante, ha subito modifiche negli anni ma la situazione non è soddisfacente. «Le panchine spostate nel piazzale Cannavò non sono mai state rimesse», dice a MeridioNews. Tra i problemi l'assenza di cura per le aiuole. Guarda le foto

Dario De Luca
«Io questa strada l'ho vista quando ancora passavano le rotaie al centro e il treno». Angelo Cocuzza rispolvera il libro dei ricordi per parlare del presente. Al centro della sua denuncia c'è la situazione di corso delle Province. La strada che taglia in due il cuore di Catania, ormai da anni più croce che delizia dei cittadini etnei. Spesso intasata dalle auto in coda, con spartitraffico posizionati di notte all'insaputa dei commercianti. Ma anche ex via dello shopping in declino a due passi dal corso Italia. «Gli errori in questo posto sono iniziati con i lavori fatti circa dieci anni fa, adesso siamo totalmente abbondanti». Cocuzza, di professione parrucchiere, lavora in zona dal 1990. Dagli anni, cioè, dei principali cantieri, che hanno riguardato l'allargamento dei marciapiedi, l'eliminazione delle rotaie e diverse modifiche alla viabilità.

«Avrebbero potuto fare dei passaggi per i pedoni normali invece si è scelto di farli a spina di pesce per i posti auto, restringendo la carreggiata». Dove dovrebbero camminare soltanto le persone a piedi in realtà ci sono diverse macchine. Qualcuno si limita a mettere sul marciapiede soltanto due ruote, altri invece - come dimostrano le foto scattate da MeridioNews - fermano i loro mezzi occupando l'intero passaggio. I problemi però non sono soltanto legati agli automobilisti indisciplinati e alla mancanza di spazio. 

Uno dei nodi principali per Cocuzza è quello degli alberi. Decine di arbusti piantati a poca distanza tra loro che però «sono completamente lasciati al loro destino. Nessuno si occupa della potatura e i frutti marciscono fino a quando cadono a terra a causa dei parassiti». Il parrucchiere di corso delle Province periodicamente si improvvisa giardiniere, ma la manutenzione si limita alla pianta davanti la sua attività commerciale. «Avevano pensato anche a illuminarli da sotto ma dopo le prime piogge i pozzetti si saranno riempiti d'acqua smettendo di funzionare per sempre». Come l'irrigazione. «Alcune piante - prosegue Cocuzza - hanno anche l'impianto a pioggia ma da quei tubi non esce acqua da tempo, così come le griglie in ghisa. In molti casi sono state portate via». Proseguendo verso l'angolo con via Vittorio Emanuele Orlando, in una delle nuove rotatorie al posto dei fiori, piantati dopo l'inaugurazione, hanno trovato spazio le erbacce.

La nostra passeggiata per la strada continua in mezzo a decine di motorini parcheggiati sul marciapiede. Con una maggiore concentrazione nei pressi della sede del dipartimento di Economia e commercio. Lo slalom si alterna al tentativo di evitare anche i bisogni dei cani. «I padroni delle volte nemmeno puliscono altre, invece, prendono tutto con i sacchettini ma poi li depositano vicino alle aiuole». Cocuzza si sofferma anche su un piccolo mistero: quello delle panchine che sono state rimosse da diversi mesi: «Alcune sono state portate via quando inaugurarono lo slargo dedicato al giornalista Candido Cannavò, nei pressi di piazza Galatea. Ma nessuno si è preoccupato di sostituirle o rimetterle al loro posto».

Tra le tante cose che mancano nella zona, almeno una non può essere definita un rimpianto. «Sicuramente da quando non ci sono i cassonetti è finita la spazzatura». La raccolta differenziata porta a porta, almeno in questa parte della città, sembra funzionare: «Due volte soltanto la mattina ho trovato i sacchetti non raccolti e ho prontamente segnalato tutto».





02 Novembre 2016
http://catania.meridionews.it/articolo/48206/corso-delle-province-il-degrado-nel-cuore-della-citta-marciapiedi-come-parcheggi-e-verde-abbandonato/






NOTIZIE CORRELATE:

CATANIA. AL BOSCHETTO DELLA PLAYA SI PUO' UTILIZZARE IL CORPO FORESTALE. TRA DEGRADO E RIFIUTI SPUNTA UN BANDO PER IL PARCO AVVENTURA





VERDE PUBBLICO DEGRADATO, LE PROPOSTE DI PARTE DEL PD. «IL COMUNE DEVE GARANTIRE LA FRUIZIONE DEI PARCHI» MA IN QUALE CASSETTO SONO FINITE LE BELLE PROPOSTE CHE RIGUARDAVANO I LAVORATORI FORESTALI? 

PLAYA, IL BOSCHETTO CHIUSO DA DIECI GIORNI. STRARIPA IL LAGO. D'AGATA: «NON LO SAPEVO»  

BOSCHETTO DELLA PLAYA, CHIUSO E ABBANDONATO. MULTISERVIZI: «C'È INCURIA, MA È COLPA DELLA GENTE»

BOSCHETTO PLAYA, AL VIA LAVORI PER IL PARCO AVVENTURA «PIATTAFORME ALTE, L'AREA RESTERÀ ACCESSIBILE A TUTTI» IL BLOG: NON DIMENTICHIAMO AFFATTO QUANDO I LAVORATORI FORESTALI DOVEVANO TUTELARE IL PARCO GIOENI, IL BOSCHETTO DELLA PLAJA ECC.

CATANIA. ODEON, PERCORSO ARCHEOLOGICO E CUMULI DI RIFIUTI. GRAND TOUR TRA SCATOLE DI FAGIOLI, BOTTIGLIE ROTTE ED ERBA INCOLTA E RINSECCHITA. DUE ANNI FA, AD ESEMPIO, I VERTICI DEL PARCO PER ABBATTERE LE SPESE, HANNO ATTIVATO UN PROTOCOLLO D'INTESA CON L'ENTE REGIONALE FORESTALE. IL BLOG: SIAMO SENZA PAROLE

CATANIA. P.ZZA BORGO, GIARDINO PIANTATO DA SCOUT E ASSOCIAZIONI. «PER INCENTIVARE I CITTADINI A PRENDERSI CURA DEL VERDE». GLI ALBERI SONO STATI DONATI DAL CORPO FORESTALE

PECORARO: L’ERBICIDA NUOCE ALLA SALUTE DEL MONDO?. LE CONSEGUENZE DELL’USO DEL GLIFOSATO NELL’AGRICOLTURA OGM. LE IENE, 1 NOVEMBRE 2016


http://www.iene.mediaset.it/puntate/2016/11/02/pecoraro-l%E2%80%99erbicida-nuoce-alla-salute-del-mondo-_10550.shtml



Notizie correlate:







FINANZIARIA TER REGIONE, NELLA MANOVRA 35 MILIONI DESTINATI A ENTI E PRECARI SICILIANI



di
PALERMO. È una pioggia di 35 milioni di contributi pubblici, quella che sta per arrivare su enti, associazioni e sigle storiche del precariato regionale. La manovra di assestamento, che all'Ars hanno già ribattezzato Finanziaria ter, è stata approvata dalla giunta nei giorni scorsi e porta con sè la prima apertura della borsa in quest' anno che condurrà prima alle Comunali e poi alle Regionali.
Ottenuto il via libera della giunta la manovra passa ora all'Ars dove dovrebbe essere varata entro fine novembre. La mini-Finanziaria era nata per erogare finanziamenti a settori che più di altri erano stati colpiti dai tagli di inizio anno: ex Province, Comuni e corsi di formazione dell'obbligo scolastico in primis. Queste categorie si divideranno la fetta più grossa di questa Finanziaria ter.

Poi si sono aggiunte due norme che dettano una ventina di voci di spesa.
All'università Kore di Enna Crocetta prevede di erogare un milione. E 250 mila euro andranno al Brass Group di Palermo per il Museo del jazz. In questo stesso filone di finanziamenti si inseriscono il milione e 74 mila euro destinato alle «scuole di servizio sociale»: enti che si stanno occupando di tirocini formativi e orienta mento per assistenti sociali.

http://gds.it/2016/11/01/regione-nella-manovra-35-milioni-destinati-a-enti-e-precari-siciliani_584371/

Ci sono anche 400 mila euro per l'autodromo di Pergusa. E due milioni per gli enti gestori di riserve naturali, cioè per le associazioni ambientaliste che si occupano della manutenzione.
C'è poi un lungo elenco di precari premiati dalle risorse per garantire gli stipendi fino a fine anno e ammorbidire i tagli previsti a febbraio. Ai Pip di Palermo vanno un milione e 136 mila euro che fanno crescere la spesa di quest'anno fino a 30 milioni e 136 mila euro (nel 2015 si era arrivati a 32,5). Ai trattoristi dell'Ente sviluppo agricolo sono destinati un milione e 870 mila euro che portano il budget annuale a 7 milioni e 869 mila euro.
Per i precari che a Enna e Caltanissetta sono impegnati nei cosiddetti cantieri di servizio sono pronti 3 milioni e 362 mila euro: una parte, poco meno di due milioni, potrà essere utilizzata per finanziare misure di fuoriuscita dal bacino garantito, anche se nel caso dei Pip la proposta di ottenere un assegno di buonuscita per avviare un'attività in proprio non è mai stata accolta con favore.
Fra i precari a cui è indirizzata una buona fetta della spesa di fine anno ci sono anche quelli dei Comuni in dissesto: un milione e 300 mila euro. Una seconda norma attribuisce altri 1,6 milioni ai Comuni in crisi per la riduzione delle royalties sugli idrocarburi: anche queste somme serviranno per i precari. Mentre per i precari delle ex Province sono pronti 3,4 milioni.
Per pagare gli straordinari ai custodi dei beni culturali impegnati durante le vacanze natalizie sono stati stanziati 90 mila euro, che gestirà la Sas. Per gli stipendi all'Irsap pronti 12,4 milioni. Crocetta ha fatto anche prevedere una spesa di 250 mila euro per i comandati da altre amministrazioni che andranno a rafforzare l'Ufficio legale della Regione in attesa di futuri concorsi.
Alle associazioni dei pazienti affetti da talassemia vanno un milione e 214 mila euro. E viene previsto un fondo speciale per assegnare un contributo alle partorienti che vivono nelle isole minori. La giunta ha previsto di concedere 3 mila euro a parto a partire dalla data di approvazione della Finanziaria ter.
Crocetta ha chiesto anche di stanziare un milione e 250 mila euro per finanziare il Sicily G7 Expo: una rassegna del meglio dell'Isola che dovrebbe svolgersi a Taormina nei giorni del G-7 promosso da Renzi. «È un'occasione per promuovere l'immagine della Sicilia - ha scritto la giunta nella relazione che accompagna la norma - attraverso bellezze storiche, monumentali e artistiche nonchè attraverso le eccellenze produttive».

01 Novembre 2016
http://gds.it/2016/11/01/regione-nella-manovra-35-milioni-destinati-a-enti-e-precari-siciliani_584371/






PIANTARE ALBERI NELLE CITTÀ PUÒ SALVARE DECINE DI MIGLIAIA DI VITE (VIDEO)


Essenziali per ridurre inquinamento atmosferico e temperature. Studio su 245 città

Secondo un nuovo studio appena pubblicato da The Nature Conservancy  «Un investimento di solo 4 dollari per cittadino nella piantumazione  in alcune delle più grandi città del mondo, potrebbe migliorare la salute di decine di milioni di persone, riducendo l’inquinamento dell’aria e raffrescando le strade delle città».
Infatti, lo studio  “Planting Healthy Air”  presentato oggi al meeting annuale dell’American Public Health Association riunione applica su scala globale la ricerca ben consolidata sul modo in cui gli alberi ripuliscono e  raffreddano e l’aria a livello locale per identificare quei luoghi in cui un investimento nella piantumazione di alberi può avere il maggiore positivo impatto sulla vita delle persone.
Per realizzare lo studio,  Conservancy ha collaborato con C40 Cities Climate Leadership  con l’obiettivo di fornire gli amministratori pubblici i dati di cui hanno bisogno per dimostrare che gli investimenti nella piantumazione di alberi possono migliorare la salute pubblica nelle loro città.
Il principale autore dello studio, Rob McDonald, sottolinea che «Gli alberi possono avere un notevole impatto locale sui livelli di inquinamento e le temperature. Gli alberi urbani possono salvare vite umane e sono altrettanto convenienti delle soluzioni più tradizionali come mettere depuratori sulle ciminiere o dipingere i tetti di bianco».
Di fronte al cambiamento climatico e alla rapidissima urbanizzazione, le sfide che hanno di fronte le città sono notevoli, ma The Nature Conservancy  gli alberi possono essere una parte importante della soluzione: «Ogni anno, più di 3 milioni di persone muoiono per gli effetti delle polveri sottili: un inquinante atmosferico così piccolo che può entrare nel flusso sanguigno e neipolmoni, causando malattie come l’asma, malattie cardiache e ictus. Nelle città, gran parte di questo inquinamento proviene dalla combustione di combustibili fossili, anche nei motori delle auto». Pochi ettari di alberi  possono rimuovere  più di un quarto dell’inquinamento da articolato e, quando vengono piantati nei posti giusti, sono in grado di offrire una barriera molto efficace, filtrando l’aria cattiva e proteggendo i residenti.
Le ondate di caldo nelle città sono già oggi  uno dei disastri meteorologici più letali nel mondo e sono destinati ad aumentare con il cambiamento climatico. In Francia, nel 2003 un’ondata di caldo estivo uccise o circa 11.000 persone in una settimana, così tante che l’obitorio cittadino di Parigi era saturo e gli organi per i trapianti dovevano essere conservati in un mercato ortofrutticolo. «I più vulnerabili alle onde di calore mortali  – dice lo studio –  sono le persone anziane che non hanno accesso all’aria condizionata. Gli alberi possono raffreddare  le loro immediate vicinanze di ben 2 gradi C,  il che offre un mezzo per proteggere le persone dagli effetti del cambiamento climatico».
Lo studio “Planting Healthy Air study”  ha scoperto che un investimento globale annuo di 100 milioni di dollari nella piantumazione di  alberi in sarebbe in grado di  raffrescare città dove vivono  77 milioni di persone e di ridurre fortemente  il particolato che respirano 68 milioni di persone.
Il ritorno degli investimenti sarebbe particolarmente elevato in città ad alta densità di popolazione e ad alta concentrazione di sostanze nocive e caldo, come quelle di India, Pakistan e Bangladesh che sono in testa alla classifica mondiale delle città più inquinate. Ma i dati mostrano anche i residenti nei quartieri di tutte le 245 città prese in esame dal Planting Healthy Air: Global Return on Investment Rankings  – in Italia Roma e Milano – avrebbero un grande beneficio dalla piantumazione di alberi. con un investimento limitato
The Nature Conservancy  è convinta che «Gli alberi sono l’unica soluzione perchè l’aria sia pulita e fresca, offrendo allo stesso tempo altri vantaggi, tra i quali  aree verdi urbane  per i residenti, habitat per la fauna selvatica e stoccaggio di  carbonio. La< piantumazione di alberi è una soluzione che sindaci e gli altri amministratori locali di tutto il mondo possono implementare per migliorare la vita dei residenti all’interno delle loro comunità, riducendo l’inquinamento atmosferico e rallentando il cambiamento climatico».
McDonald conclude: «Gli alberi da soli non possono risolvere tutti i problemi del mondo  per l’aria e il caldo urbano , ma sono un pezzo importante della soluzione».

Videogallery

31 Ottobre 2016
http://www.greenreport.it/news/urbanistica-e-territorio/piantare-alberi-nelle-citta-puo-salvare-decine-migliaia-vite-video/




DAL CLIMA ALLA SALUTE, I BENEFICI DELLE FORESTE URBANE


La Fao pubblica le ultime linee guida per far comprendere l'importanza del verde urbano per la salute, l'economia e il clima 

By Milena Rettondini
Dall’abbassamento delle temperature d’estate, all’assorbimento di CO2, le foreste urbane e periurbane giocheranno nei prossimi anni un ruolo sempre maggiore nella lotta ai cambiamenti climatici. Lo sostiene la Fao nel suo ultimo documento sulle linee guida della selva urbana, che mette in evidenza l’importanza del mantenimento e dell’ampliamento delle aree verdi in città.
Dal 2008 più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, zone che rappresentano solo il 2% della superficie terrestre ma che consumano circa il 75% delle risorse naturali. Il processo di migrazione dalle campagne alle città non accenna a fermarsi e di questo passo porterà il 70% della popolazione mondiale entro il 2050 a vivere in agglomerati urbani.


Cosa sono le foreste periurbane e perché sono importanti


Tutte le città hanno una struttura simile: c’è una zona grigia rappresentata dalle infrastrutture, costruzioni, abitazioni e parcheggi, c’è poi una zona blu, ovvero fiumi, laghi e stagni, e infine una zona verde che comprende alberi, arbusti, parchi, boschi e giardini. Ottimizzare le interazioni tra questi elementi è la chiave per rimodellare o costruire città capaci di rispondere alle nuove sfide.
Le foreste urbane possono essere definite come reti o sistemi, comprendenti boschi, gruppi di alberi e singoli alberi. Una delle minacce principali a questa risorsa è l’urbanizzazione selvaggia, accanto a una mancanza di investimenti in manutenzione. Nonostante sia stato dimostrato che la cura delle foreste urbane può avere grandi impatti anche sulla salubrità dell’aria, spesso queste vengono apprezzate più per la loro valenza estetica che per altro. Da parte di molte amministrazioni pubbliche infatti, non c’è ancora un’adeguata conoscenza del valore che questi sistemi hanno sia per l’ecosistema che per l’economia di una città.



Sei benefici delle foreste urbane  


Dal clima alla diminuzione dello stress, sono molti gli effetti positivi che un’area boschiva urbana può avere. In primis sulla temperatura e sul clima. Una città con più alberi può ridurre l’effetto “isola di calore” – dovuto solitamente alla superficie di cemento che riflette i raggi del sole – abbassando nei mesi estivi la temperatura anche di 8°C. Grazie al processo della fotosintesi, infatti, gli alberi assorbono CO2 e successivamente la reimmettono sotto forma di ossigeno in atmosfera. Un albero può arrivare ad assorbire fino a 150 kg di CO2 all’anno, contribuendo fortemente a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. In secondo luogo sulla sicurezza del suolo. Un terreno con radici è molto più resistente di un suolo cementificato, e previene fenomeni come l’erosione. Abbiamo poi i contributi dati alla salute. Sempre grazie al processo di fotosintesi, una pianta può contribuire fortemente al miglioramento dell’aria urbana, filtrando l’inquinamento atmosferico. C’è poi l’economia. Gli spazi verdi possono generare nuove opportunità per la produzione di cibo e di legname. Inoltre, a livello immobiliare, una casa circondata dal verde può aumentare il suo valore fino al 30%. E che dire del possibile risparmio energetico? Se posizionati nelle vicinanze degli edifici, gli alberi possono ridurre la necessità di utilizzo dei condizionatori d’aria permettendo in questo modo di risparmiare dal 20 al 50% di energia. Infine il valore culturale. Gli spazi verdi sono spesso infatti luoghi di aggregazione per eventi sociali o religiosi, ma anche posti dove potersi rilassare e fare sport.

Conosciuta come la “porta del deserto”, la città di Ouarzazate ha deciso di costruire una cintura verde attorno all’area urbana. Degrado del suolo, desertificazione e perdita di biodiversità, queste le problematiche che quotidianamente i 60mila abitanti della cittadina sono costretti ad affrontare. Per combattere queste sfide l’amministrazione locale con l’aiuto del United Nations Environmental Programme (Unep) e del servizio forestale coreano hanno deciso di circondare la città di alberi per una superficie totale di 400 ettari, utilizzando acqua depurata – riciclata – per irrigare.  Il progetto ha utilizzato un approccio innovativo che prevede la partecipazione attiva delle persone della zona tramite la creazione di posti di lavoro ad hoc per l’iniziativa o attraverso lo scambio di informazioni per l’uso di tecniche tradizionali per la coltivazione e la manutenzione delle piante. Il successo del primo progetto pilota ha incoraggiato le autorità locali e nazionali a sviluppare una seconda fase per sensibilizzare sull’importanza del verde urbano e per diffondere l’esperienza di Ouarzazate in altre città marocchine.
Progetti simili sono stati attuati in molti altri paesi, dall’America all’Asia. La riforestazione ha una particolare importanza quando parliamo delle nuove economie emergenti, pensiamo all’India, alla Cina o ad alcuni stati dell’Africa, dove la crescita della popolazione va di pari passo sviluppo urbano selvaggio e poco ragionato. E sono proprio queste città che hanno e continueranno ad avere nei prossimi anni le possibilità maggiori di plasmare in via di espansione le loro infrastrutture, privilegiando spazi naturali a zone cementificate.

31 Ottobre 2016
http://www.green.it/benefici-foreste-urbane/





01 novembre 2016

SICILIANI LIBERI PER UN "QUARTO POLO" AI PROSSIMI APPUNTAMENTI ELETTORALI: SALVARE I REDDITI E I POSTI DI LAVORO ESISTENTI, SOPRATTUTTO LE CATEGORIE DEL PRECARIATO



(di Massimo Costa)
L'ora della semplice denuncia, care sorelle e fratelli Siciliani, ormai è finita.
Sono ormai quasi cinque anni che denunciamo le malefatte dei più traditori e servili governi che la Colonia Sicilia abbia mai avuto in questi 70 anni. Abbiamo denunciato e denunciamo, con una difficile opposizione extraparlamentare, senza mezzi, giornali, sedi, pubblicità, ma solo con la forza della volontà di centinaia, se non migliaia, di Siciliani che fanno attivismo nel territorio, sui social, nelle conferenze di paese o nel tam-tam quotidiano.
Abbiamo fatto resistenza - non solo noi "Siciliani Liberi" s'intende - in tutti i modi possibili, ma è ora di passare ai fatti e di riprenderci la Sicilia.
Chi ci segue e ci ha seguito non ci perdonerebbe un eterno "stare alla finestra", per poi denunciare, magari sterilmente, per altri 5 anni "quello che si potrebbe fare".
E' ora che i Siciliani veri si contino. E' ora che escano dalle loro case e vedano di che cosa sono capaci. Abbiamo ora la possibilità di incidere, e lo faremo. Non possiamo stare a guardare. Mentre scrivo queste note, in qualche cassetto è chiuso un accordo "Stato-Regione", un nuovo decreto attuativo in materia finanziaria che nessuno ancora può leggere, che nessuno conosce, ma che certamente stravolge lo Statuto, lo piega all'arroganza dello Stato, umilia la Sicilia e la condanna per sempre al sottosviluppo.
Lo Stato si appropria, con un tratto di penna, del 30 % delle principali imposte (a quel che si dice) promettendo un'attuazione dell'art. 37 dello Statuto che già è, formulata ancor meglio che nello Statuto, nell'art. 4 del vecchio decreto attuativo del 1965. A fronte di questo regalo allo Stato nessuna funzione passa di nuovo dalla Regione allo Stato. Lo Stato si appropria di queste risorse e basta, non indicando con quale copertura finanziaria (se non con generici tagli e tasse) la Regione dovrebbe far fronte a questo ammanco strutturale. Venduto come "vittoria della Sicilia", addirittura come "attuazione dell'Autonomia" si sta consumando sulla nostra testa il più grande tradimento della nostra storia recente, con il quale alla Sicilia resterà il peggio delle regioni a statuto speciale e di quelle a statuto ordinario.
L'indipendenza ormai non ha alternative. Ma quale dev'essere la strategia? Quale strada per raggiungere l'obiettivo nel più breve tempo possibile?
La soluzione non può venire dai partiti italiani, da nessun partito italiano. Non possiamo né sostenere né apparentarci con chi deve la propria carriera politica ad una segreteria romana e TACE, TACE, TACE, vigliaccamente, perché ha paura che se dice, anche sottovoce, qualcosa in difesa della sua Terra, rischia di essere buttato fuori dal partito e mai più ricandidato. No, amici, i "politici" siciliani degli altri partiti per me sono solo camerieri. Quando sarà il momento parleremo con i loro padroni che li manovrano come burattini.
La Sicilia non può affidare le proprie sorti ai tre schieramenti "nazionali" italiani. Sarebbe l'ennesima occasione perduta. E' uno sbaglio che facciamo da 155 anni, perché continuare a farlo?
La Sicilia ha bisogno di un QUARTO POLO, ESCLUSIVAMENTE SICILIANO, coeso intorno ad alcuni valori minimi di difesa della Sicilia.
Attenzione! Non è la "chimera" della "Confederazione di tutti i sicilianisti", alla quale non siamo affatto interessati. E' una cosa completamente diversa. Per quel che riguarda il mondo dell'indipendentismo, esso è ormai quasi tutto raccolto dentro Siciliani Liberi, che ha spostato in avanti di molto, in quest'ultimo anno, i confini dell'indipendentismo nella società siciliana. Quel pochissimo che è rimasto fuori da "Siciliani Liberi", e che ha - beninteso - tutto il nostro rispetto, che non sia naturalmente "fiancheggiatore" dei suddetti tre schieramenti, se non si è unito con noi sino ad ora, non lo farà e forse è bene che non lo faccia oltre. Ognuno mantenga la propria soggettività. Ma non è a loro che ci dobbiamo rivolgere, o comunque non in prima battuta, anche perché - senza che nessuno si offenda - è chiaro che questo non sposterebbe di molto il consenso necessario a vincere, anzi forse lo restringerebbe, dando una connotazione troppo settaria o etnica allo schieramento.
Il quarto polo deve essere uno schieramento politico che accomuni "non" i "sicilianisti", bensì i "siciliani", di qualunque estrazione politica, purché riconoscibilmente democratica. Oggi esistono centinaia di associazioni, di liste civiche, di movimenti della società civile, che non potranno mai da sole scardinare l'attuale sistema di potere, e che non possono al contempo rivolgersi ai tre schieramenti "italiani" esistenti.
Noi indipendentisti ci proponiamo da "collante" per questo mondo, che sappiamo essere maggioritario in Sicilia. La nostra questione "istituzionale", quella dell'indipendenza, sappiamo essere magari non condivisa ancora da tutti. E proprio per questo non vogliamo arroccarci in una testimonianza purista. Mettiamo a disposizione la nostra forza, la nostra presenza in tutta l'Isola, con la dovuta umiltà, per costruire uno schieramento che abbia i seguenti obiettivi minimi:

1. Mandare a casa per sempre l'attuale classe politica coloniale collaborazionista;
2. Regionalizzare l'agenzia delle entrate e rimettere in discussione i decreti attuativi appena approvati per dare alla Sicilia la piena sovranità fiscale con la possibilità di manovrare liberamente i propri tributi;
3. Dotare la Sicilia di una moneta complementare, "regionalizzando" al contempo la vigilanza sui settori bancario, assicurativo e finanziario;
4. Mettere al primo posto la difesa del prodotto tipico siciliano, agricolo, ittico, e agroalimentare, dalle politiche europee, AD OGNI COSTO, anche a costo, qualora l'Unione non ci riconosca uno status economico di zona speciale che ci consenta di difenderle, di uscire del tutto dall'Unione, come già fatto da altre regioni insulari europee (c'è il precedente delle Faer Oer, regione a statuto speciale della Danimarca);
5. Sburocratizzare del tutto l'avvio di qualunque attività economica, limitando i controlli "ex ante" al solo comparto della tutela della salute e dell'ambiente;
6. Salvare i redditi e i posti di lavoro esistenti, attuando ridimensionamenti graduali ove necessario, ma non lasciando nessuno senza stipendio, soprattutto nelle categorie del precariato, almeno in attesa che in Sicilia non ci sia un mercato del lavoro in grado di assorbire tutti questi esuberi e soprattutto dare una possibilità di realizzazione ai nostri giovani.

Noi indipendentisti naturalmente non ci fermiamo qui. Per noi questo è solo un punto di partenza per costruire, nei più brevi tempi possibili, uno Stato di Sicilia. Ma soprattutto per una gigantesca riconversione dell'economia siciliana da un modello assistenziale ad un modello di sviluppo competitivo, autopropulsivo, e quindi autosufficiente. Siamo convinti che gran parte della società civile siciliana, la stessa che potrebbe riconoscersi nei punti di cui sopra, arriverebbe spontaneamente all'opzione indipendentista di fronte ad un probabile rifiuto secco, da parte dell'Italia, di ascoltare le nostre ragioni e di mantenerci per sempre con le attuali catene.
Come ottenere tutto questo?
In 4 mosse.
PRIMO. Intanto vinciamo con il NO al referendum. Con il Sì diventa tutto molto più difficile, praticamente impossibile con mezzi democratici ordinari.
SECONDO. Sfidiamo i partiti nazionali nella prossima tornata elettorale amministrativa, dove possibile, ma soprattutto al Comune di Palermo, dove DOBBIAMO ESSERE PRESENTI CON UNA NOSTRA LISTA, pronti ad esprimere un candidato sindaco comune al costituendo quarto polo della società civile, ma pronti, in ogni caso, ad esprimere il "nostro" candidato sindaco. Non possiamo lasciare ad Orlando, o a Ferrandelli o a qualunque altra "vecchia scelta" (si può essere vecchi anche essendo anagraficamente giovani) la gestione della Capitale della Sicilia. Questa volta i Palermitani liberi, come ai tempi del Vespro, devono suonare la campana della riscossa per tutta la Sicilia.
TERZO.  Saremo presenti alle regionali con un candidato indipendentista, che sceglieremo accuratamente, anche fuori dal nostro Movimento se sarà necessario, espressione di una convergenza tra le liste e i movimenti civici e quelli apertamente sicilianisti. Parlermo con tutti, promesso, con le uniche seguenti pregiudiziali: no a chi non accetta i canoni della democrazia rappresentativa, no a chi "flirta" con gli schieramenti nazionali, no ai "riciclati"; i "generali senza eserciti", se ne hanno i requisiti, devono accettare di essere semplici candidati indipendenti senza pretendere di dettare legge come se avessero dietro chissà quali forze. Per il resto abbiamo il dovere di parlare con tutti, e lo faremo. La nostra lista, anche con qualche piccola modifica grafica per tener conto delle candidature indipendenti ospitate, sarà comunque presente, da sola o in coalizione con tutti coloro che possono riconoscersi in questo quarto polo. Se vinceremo, sarà l'inizio di una nuova era per la Sicilia; se comunque saremo indispensabili per una "maggioranza", la condizioneremo per ripristinare diritti minimi per la Sicilia e per i tanti oppressi di oggi; se saremo all'opposizione, nella peggiore delle ipotesi, finalmente in Assemblea, dopo non so quanti anni, ci sarà un'opposizione, che comunque condizionerà il Governo.
QUARTO. Alle politiche del 2018 presenteremo una lista al Senato, che vincerà, e imporrà ai Governi nazionali il rispetto dei diritti per la Sicilia.
Solo questa ci sembra la strada per salvare la nostra Terra.
Ed è l'ultima chiamata per la Sicilia.
E nessuno può pensare realisticamente di percorrerla senza Siciliani Liberi.
Noi ci siamo, ci saremo, per dare una speranza e una risposta ai Siciliani. Per dare finalmente loro un'offerta politica diversa.
A cominciare dal Comune di Palermo.
Inizia qui la nostra battaglia.

Fonte della notizia: http://www.sicilianiliberi.org/it/211-siciliani-liberi-per-un-quarto-polo-ai-prossimi-appuntamenti-elettorali-2.html





Notizie correlate:

Appello dell'economista Prof. Massimo Costa agli operai forestali  

Il Prof Massimo Costa a Iacona (presa diretta): sulla Sicilia troppe imprecisioni, anche sui forestali

Presa diretta, Iacona risponde al Prof Costa

La verità sui forestali della Sicilia e una ricetta per tutelare il nostro territorio. Riqualificando questa spesa creando un servizio per la tutela dell’isola dal dissesto idrogeologico e dagli incendi

Nasce il Movimento Autonomista “Siciliani Liberi”. Il Prof. Costa ha delineato le coordinate principali dell’azione politica indipendentista per la Sicilia che verrà

"La Sicilia, se smette di farsi derubare, può dare risposte a precari e disoccupati"

Siciliani Liberi al Congresso dei forestali tra le forze politiche siciliane. Massimo Costa: mai più precari, mai più servi in Sicilia, ma solo cittadini e lavoratori liberi

2° Congresso del Sifus/Confael. Intervista esclusiva al Prof. Massimo Costa

Il Prof Massimo Costa scrive all'On. Vincenzo Figuccia di Forza Italia

La profezia del Professore Massimo Costa si sta avverando: la Sicilia sta fallendo. Il Presidente Crocetta, oltre a non saper governare, ha impiegato oltre tre anni per scoprire che, tra gli operai forestali, ci sono condannati per mafia. Non è che questa è la scusa per gettare fumo negli occhi di 5 milioni di siciliani per nascondere i fallimenti economici, politici e istituzionali del suo governo? 

Eventuale puntata dell'Arena di Giletti sui forestali. L'economista Massimo Costa, nonchè leader del movimento politico "Noi Siciliani Liberi", scrive su facebook direttamente all'Arena di Domenica In 

Botta e risposta. Assaggino undicesima puntata: il leader di Siciliani Liberi, Massimo Costa, convince gli ospiti in studio 

Famiglie e imprese della Sicilia non possono affondare per pagare i precari! Proviamo a ragionare solo sui 24 mila precari dei comuni siciliani (tenendo conto che ce ne sono altri 80 mila circa, non considerando i 24 mila operai della forestale)






VI ASPETTIAMO GIORNO 13 NOVEMBRE A ISNELLO PER LA TERZA EDIZIONE DI - SAPORI D'AUTUNNO - CON DEGUSTAZIONE DI PRODOTTI TIPICI DELLE MADONIE. VIDEO











SIFUS: GRAZIE ALLA NOSTRA CONTINUA PRESSIONE SI SONO SCONGIURATE LE SOSPENSIONI



Ricevo e pubblico
dal segretario regionale del Sifus
Giuseppe Fiore 


Rassicuriamo tutti lavoratori forestali!
Da interlocuzioni avute col governo regionale, i decreti che finanzieranno le giornate lavorative dei lavoratori forestali della manutenzione sono stati registrati. Le attività lavorative potranno continuare fino al completamento delle giornate di competenza. Grazie alla nostra continua pressione si sono scongiurate le sospensioni. La lotta paga!! 
Giuseppe Fiore Sifus