15 ottobre 2018

FINE DELLA CAMPAGNA DI ANTINCENDIO BOSCHIVO. PER NON DIMENTICARE E PER CAPIRE CHE FRA CROCETTA E MUSUMECI NIENTE È CAMBIATO


Un articolo del 2015 che ritorna prepotentemente d'attualità

di Antonino Lomonaco
Alla fine di ogni estate... di ogni campagna di antincendio boschivo, la sensazione che provo è quasi di svuotamento. Dai picchi emotivi delle battaglie contro le fiamme, dall'orgoglio per i meriti di tali battaglie, che hanno salvato intere aree boscate e, quindi, vite di animali, vegetali, e del loro ecosistema, ci si ritrova infine congedati come se nulla fosse stato. Peggio ancora con quel persistente pregiudizio, pressato addosso, di "nullafacenti" sparpagliati nei boschi, meritevoli solo di esser eliminati come "categoria parassitaria".Tutto ciò ha un sapore amaro, perché questi "parassiti", di cui io faccio parte, hanno rischiato la vita e la propria incolumità per il "bene pubblico" e del proprio territorio. 
Quest'anno, poi, può davvero essere annoverato come l' "annus orribilis" per eccellenza. Si è partiti in ritardo, a luglio, quando, di norma si è già in piena emergenza incendi, e, per non semplificare la cosa, senza automezzi e dispositivi di protezione individuali. Questo perché, dopo un intero inverno e una intera primavera, non avevano ancora avuto alcuna manutenzione. Infine, ma al fine non c'è mai fine, si è pensato bene di ridurre il contingente di un bel 20% del personale. Una riduzione fatta senza alcun criterio di validità o di meriti, come se la nostra attività fosse un "gioco" qualsiasi e validissimi colleghi che negli anni hanno rischiato l'incolumità e la vita, si sono ritrovati all'improvviso fuori, come se nulla fosse mai stato.
La fortuna di quest'anno è stata la frequente ed inusuale piovosità che ha reso i terreni umidi e quindi meno esposti alla catastrofe di cui ci occupiamo.
Tuttavia ci rendiamo conto, purtroppo, che incombe su di noi una catastrofe ancora più drammatica, cioè a dire, la catastrofe di una categoria di politici incapaci di "leggere" il territorio e le esigenze della gente che in esso ci vive. Una categoria di politici che dovrebbero gestire questi territori e queste esigenze di sopravvivenza della popolazione ma che, purtroppo, vivono in un altro mondo rispetto alla gente comune. Questa "distorsione", fra chi gestisce e chi viene gestito, alla lunga rischia davvero di risolversi in una vera e propria "rottura", la quale non è mai foriera di belle cose. Il modo migliore per risolvere i problemi è, innanzi tutto, quello di aver coscienza di essi. In una Regione come la nostra, in cui è molto facile perdere il lavoro ma non trovarlo, non si può procedere aumentando questa tendenza: non si può procedere con la leggerezza di lasciare a casa persone che con otto o novemila euro riescono a sopravvivere, con la famiglia, per un intero anno! Quando dei dirigenti, o dei "consulenti", o gli stessi politici", quelle cifre le prendono in un solo mese!
Questa disparità è oscena!
Non si può procedere così superficialmente in una Regione, come la nostra, dove i terreni agricoli vengono continuamente abbandonati perché non riescono ad esser competitivi con i prodotti introdotti, da altri contesti, a costi molto inferiori. Ciò significa già perdita di lavoro! Ciò significa abbandono all'incuria di interi territori, i quali vengono invasi dalla vegetazione selvatica e da quella "mentalità" rapace, capace soltanto di rapinarne le risorse senza minimamente portare loro alcun valore. E dire che la Sicilia avrebbe un patrimonio territoriale, storico, ed umano considerevole, potenzialmente ricco, forse anche più che ricco! 
Una classe politica dirigente dovrebbe introdurre sistemi virtuosi tali da esaltare le risorse esistenti, promuovere le attività lavorative, migliorare dando, soprattutto, l'esempio di parsimonia e di condivisione degli stenti in un momento difficile dell'economia.
Il contrario dà la certezza, invece, che ad esser "parassitizzata" è una intera Regione ed una popolazione piena di risorse ma tremendamente carente, sfortunata, accecata, da una classe che fu di gattopardi e di leoni, ma che oggi è piena di sciacalli e di iene (o, peggio ancora, di zecche e di pidocchi).






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